Adele Patrini, figura di rilievo nel territorio varesino con un impegno profondo nel volontariato oncologico, in particolare nell’ambito della prevenzione e cura del tumore al seno. Presidente di C.A.O.S. (Centro Ascolto Operate al Seno), delegata FAVO Lombardia e portavoce di Europa Donna, ha ricevuto nel 2020 il prestigioso Premio Rosa Camuna della Regione Lombardia per la sua dedizione.
Presidente Patrini, ci racconta che cos’è C.A.O.S. e com’è nata questa associazione?
“C.A.O.S. – Centro Ascolto Operate al Seno – nasce con una missione molto chiara: offrire un servizio dedicato alle donne che affrontano un percorso di malattia, prima, durante e dopo. La nostra forza sta nel mettere insieme medici, famiglie e istituzioni, per costruire un cammino di cura condiviso. Operiamo all’interno dei team multidisciplinari delle Breast Unit di strutture lombarde importanti come ASST Sette Laghi, Valle Olona, MultiMedica e Humanitas. L’idea è quella di accompagnare e supportare non solo la paziente, ma anche la sua famiglia e chi se ne prende cura durante tutto il percorso, dalla diagnosi alla riabilitazione. Il nostro impegno è coerente con le indicazioni dell’OMS, perché sappiamo che il 40% della lotta contro il cancro dipende dalla componente psico-sociale e da come si affronta la malattia a livello umano”.
È chiaro quanto siate coinvolti profondamente nel percorso di cura. Da dove nasceva la necessità che ha portato alla fondazione dell’associazione?
“L’aumento della diffusione dei tumori ha spinto l’OMS a dichiarare il cancro una priorità di salute pubblica, ponendo attenzione alla componente psicosociale. Per questo serve una cultura interdisciplinare che formi tutte le figure professionali alle nuove competenze relazionali, sociali e culturali per rispondere ai bisogni complessi di pazienti, familiari e caregiver. Noi vogliamo dare risposte che non siano solo tecniche ma anche umane: il volontariato ha un ruolo centrale proprio perché è “dentro i problemi” e può portare la voce della società civile nelle decisioni e nello sviluppo delle politiche sanitarie”.
Conosciamo molto bene il vostro impegno sul territorio, un legame forte e costante. Ci racconti: cosa vi muove davvero in questa relazione così profonda con la comunità locale?
“Il legame è molto forte e concreto. Nel 2024 in Italia sono stati stimati oltre 390.000 nuovi casi di cancro, con 3,7 milioni di persone che convivono con la diagnosi. Qui a Varese più di 1.000 donne si ammalano ogni anno di tumore al seno, ma la buona notizia è che il tasso di guarigione supera il 95% se la diagnosi è precoce e si segue il percorso nelle Breast Unit, strutture multidisciplinari e completamente integrate. L’elemento vincente è il collegamento ospedale-territorio: istituzioni, enti, comunità scientifiche, volontariato e cittadini tutti giocano un ruolo fondamentale in questa rete di collaborazione e responsabilità condivisa. Noi lavoriamo molto per stimolare una cultura della prevenzione che vuol dire passare dal destino alla scelta”.
Quali risultati vi rendono più orgogliosi?
“Abbiamo donato apparecchiature radiologiche come ecografi e mammotomi per agobiopsie, e anche un microscopio specializzato per la diagnostica intraoperatoria. Abbiamo finanziato borse di studio per figure fondamentali come psico-oncologi, genetic nurse e case manager. Organizziamo percorsi di umanizzazione nelle Breast Unit per integrare l’assistenza clinica con quella relazionale e psicologica. Collaboriamo alla formazione alta di medici e infermieri attraverso master e corsi ECM. Un riconoscimento importante è la promozione, insieme a FAVO ed Europa Donna, dell’esenzione del ticket per donne ad alto rischio portatrici della mutazione genetica BRCA1 e BRCA2 dal 2015 in Lombardia. Poi ci sono gli open day di prevenzione, con oltre 1.500 donne visitate ogni anno, che testimoniano quanto sia efficace il nostro lavoro sul territorio”.
E guardando avanti, quali sfide e sogni vi ponete?
“Il sogno è che la cultura della prevenzione si rafforzi sempre di più, mettendo in rete la comunità. Vogliamo che il modello delle Breast Unit si estenda anche ad altre patologie oncologiche, mantenendo la multidisciplinarietà e la personalizzazione del percorso. Il volontariato deve migliorare nei coordinamenti e creare sinergie durature per ottimizzare l’offerta e diventare una vera “medicina” sociale. Occorre che la burocrazia non rallenti la ricerca, e serve investire sui giovani e nella comunicazione sociale”.
E per finire, Adele, qual è la Lombardia che vorresti?
“Io amo profondamente questa Lombardia, ne vado fiera, perché mi ha legata con un senso di appartenenza che mi onora davvero. Permettetemi di concludere con un messaggio che porto nel cuore, che Umberto Veronesi mi ha detto poco prima di morire. Penso che abbia una trasversalità straordinaria e rappresenti proprio la Lombardia che vogliamo: una Lombardia intelligente e sensibile, che si fa domande e sa darsi risposte. Ricordo bene le sue parole, che mi accompagnano ancora: «Penso spesso, in questi giorni in cui ho molto tempo per meditare (purtroppo), che prima o poi dovremo trovare il coraggio di dire che la senologia non è semplicemente una branca della medicina». Non nel senso scientifico, certo, perché vi sono specializzazioni ben più complesse, ma in senso, come dire, “umanistico”. Veronesi sottolineava che non basta conoscere l’anatomia del seno o la biologia del carcinoma mammario. Per “fare senologia” serve una predisposizione particolare: un forte interesse per la salute delle donne e una consapevolezza profonda del loro ruolo nella società e degli equilibri psicologici che le sostengono. Questa è la Lombardia che ho nel cuore, una regione che unisce scienza e umanità, competenza e sensibilità, rigore e profondo rispetto per la persona. Grazie Lombardia per essere così come sei… la nostra Lombardia”.
Grazie ad Adele Patrini per aver condiviso con noi questo racconto così ricco e appassionato del vostro impegno. La vostra voce ci aiuta a comprendere quanto sia fondamentale unire competenza, umanità e comunità per costruire un futuro migliore per la salute delle donne e di tutti noi.
(Vi diamo appuntamento alla prossima puntata dell’editoriale de “La Lombardia che vorrei”, per continuare a scoprire altre realtà importanti del nostro territorio che fanno la differenza).
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