Alta affluenza per un voto politico

affluenz< voto politica

Ha vinto la gente. Constatazione retorica, se si vuole, ma pensiamo efficace rispetto al dato dell’affluenza per il referendum costituzionale sulla giustizia. Ha vinto la gente alla faccia delle tante Cassandre che prevedevano una scarsa partecipazione al voto, come spesso è accaduto nel recente passato per altri appuntamenti con le urne. Invece, il 60 per cento di elettori che si sono recati ai seggi testimonia che, in fondo, l’opinione pubblica non sempre è distratta riguardo ai temi della politica. Quando vuole e quando è la stessa politica ad esasperare i contesti, con esagerazioni e scontri verbali capaci di infiammare le platee, indirizzandole da una parte o da un’altra. Come questa volta, con l’esito del referendum destinato a condizionare sia l’alleanza di governo sia lo schieramento delle opposizioni.

Che abbia prevalso il No apre a una serie di considerazioni sul futuro del Paese, sul gradimento di Giorgia Meloni e compagnia cantante, sulle scelte di una nazione in questo caso divisa a metà; di più: guardando alla suddivisione dei dati tra i diversi territori del Nord (sopravanza il Sì), del Centro e del Sud, non troviamo omogeneità nel voto, finendo per complicare il quadro di riferimento complessivo. Omogeneità che invece si riscontra per l’affluenza lungo l’intera Penisola, quasi dappertutto in controtendenza rispetto alle diffuse e più pessimistiche aspettative.

Cos’è accaduto, allora? Banalmente, una consultazione su un quesito tecnico, la separazione delle carriere dei magistrati con gli annessi e connessi, si è tramutata in una verifica politica. La prima a spingere il referendum su tale versante è stata proprio Giorgia Meloni, scesa in campo, dopo aver ribadito che non si votava sul governo, nelle ultime settimane per raddrizzare le uscite pubbliche degli uomini e delle donne della sua squadra, correggendo dichiarazioni contraddittorie ma finendo per contribuire anche lei ad alimentare la confusione. Un esempio? “Votando Sì miglioreremo la giustizia” ha più volte sottolineato. Ma la leghista Giulia Bongiorno aveva già avuto modo di affermare: “Solo gli ignoranti possono pensare che con questo referendum cambierà qualcosa nelle procedure della giustizia” .

Per non dire di Carlo Nordio e di altri rappresentanti dell’esecutivo: un grande pasticcio, che ha rimescolato in più occasioni le carte offrendo maggiore credibilità al fronte opposto del No, mai disunito fin dall’inizio. L’aver gettato benzina su un fuoco già acceso ha determinato un clima davvero incandescente ed esacerbato, che ha spinto l’elettorato a farsi sentire alle urne. Così è stato. Perché poi abbia vinto il No, ciascun analista avrà un ventaglio di ragioni da spiegare. Utile però sottolineare che spesso i governi hanno perso i referendum, ricordiamo Silvio Berlusconi nel 2006 e Matteo Renzi nel 2016, riforme proposte sonoramente bocciate alle urne, quasi a testimoniare che i cambiamenti non piacciano agli italiani. Soprattutto quando in gioco non c’è soltanto il merito ma anche, più o meno palesemente, un riscontro politico, funzionale a rafforzare i poteri del governo in carica.

Come adesso, con il referendum costituzionale. Per altro dagli effetti secondari rispetto alle vere esigenze (emergenze) dei cittadini, in una riforma della giustizia dove la legge Cartabia ha già inciso in modo significativo. La stragrande maggioranza di chi ha votato forse non lo sapeva (la materia è ostica anche per giuristi e costituzionalisti), ha però percepito l’ambiguità del comportamento della politica sul problema. Ed è andata a votare in massa. Inconsapevolmente facendo vincere anche la democrazia.

 

affluenza voto politico – MALPENSA24
Visited 211 times, 1 visit(s) today