Autocrazie, democrazie e shock energetico

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Crisi energetica, drammatica conseguenza delle guerre in atto

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, ho letto un’intelligente riflessione dell’ottimo Rampini dalla quale vorrei trarre qualche argomento. Il giornalista afferma che le autocrazie sono più forti delle democrazie. Ha certamente ragione. Il regime sanguinario iraniano calcola che il presidente degli Stati Uniti alla fine sarà costretto a “più miti consigli” dalla pressione della sua opinione pubblica, dall’insofferenza dei consumatori americani per il rincaro della benzina, dalle resistenze di una parte della sua stessa base elettorale isolazionista e anti-interventista, dai timori del Congresso per l’aumento di spesa militare, dall’opposizione maggioritaria sui media, dalla crescente lobby pro-islamica tra gli immigrati, dalla prospettiva di una batosta per il partito repubblicano al voto di mid-term e non ultimo, anche dall’insofferenza che anche l’altra parte del mondo occidentale (l’Europa) mostra nei confronti di questa guerra che non ha compreso.

Questa pressione anti-intervento sarà (o è già) esercitata sul governo americano anche da altri importanti alleati che subiscono lo shock energetico: il Giappone, la Corea del Sud, l’Europa (citata) e le potenze del Golfo che vedono sbriciolarsi di fronte alle fiamme delle bombe iraniane i loro petrodollari ed i loro lidi di vacanze miliardarie. Rampini afferma: “Gli ayatollah ritengono quindi di poter dimostrare un teorema antico, che Putin condivide nella sua conduzione della guerra da oltre quattro anni in Ucraina: i dittatori vincono le guerre perché possono infliggere sofferenze molto superiori ai propri popoli, mentre nelle democrazie la soglia del dolore è bassissima.”

Quando nel 1989 Gorbacev predicava la tolleranza e le riforme ai suoi e l’impero sovietico si disfaceva, Deng Xiaoping mandava l’esercito a massacrare gli studenti in Piazza Tienanmen. Putin non ha mai avuto dubbi su chi avesse ragione, fra Gorbacev e Deng. In ogni caso, proprio per evitare di aumentare il malcontento nei dintorni di Mosca, come è noto cerca di sostenere gli effettivi dell’esercito che aggredisce l’Ucraina con combattenti prelevati nella Corea del Nord ed in Nigeria.

In Iran le proteste di piazza sono state spente in un bagno di sangue. Il bilancio più realistico è di trentamila morti: cittadine e cittadini iraniani maciullati dal regime. Neppure Deng era arrivato a praticare la violenza di massa su questa scala contro il proprio popolo. A Tienanmen ci furono “solo” alcune migliaia di morti. In Occidente in molti abbiamo creduto che il bagno di sangue di gennaio fosse un segnale di debolezza del regime e il preludio alla sua caduta. Per i guardiani della rivoluzione islamica al contrario era una prova di forza. Per adesso i fatti sembrano dare ragione alla loro brutalità. Non importa se il regime ha ormai un livello di consenso bassissimo tra la popolazione perché una minoranza può conservare il potere se ha il monopolio delle armi e soprattutto la determinazione ad usare una straordinaria violenza contro i propri concittadini.

Il calcolo del regime iraniano è semplice: americani e israeliani possono vincere sul piano militare e possono impoverire l’economia dell’Iran già stremata da decenni di malgoverno, di corruzione e di dirottamento delle risorse a favore del terrorismo ma, mentre il popolo iraniano continuerà a soffrire l’autocrazia degli ayatollah, la democrazia americana costringerà Trump a modificare le sue intenzioni. La storia passata è incerta su questo tema: la Seconda Guerra mondiale diede una risposta favorevole alle democrazie, ma dal Vietnam in poi la tenuta del consenso interno è sempre stata il tallone d’Achille degli Stati Uniti (e delle democrazie).

Noi consideriamo questo scontro USA-Israele-Iran come se si trattasse di una guerra nuova. In realtà stiamo assistendo al tentativo di scrivere il capitolo conclusivo di una guerra che dura da quarantasette anni. Dalla rivoluzione khomeinista, l’Iran ha dichiarato guerra apertamente (non è un’illazione da attenti osservatori) ad un vasto mondo. La dottrina ufficiale della teocrazia sciita iraniana ha messo fra le sue “missioni con impronta messianica” la distruzione dello Stato d’Israele e lo sterminio degli ebrei, la cacciata dal Medioriente del grande satana che è l’America e la ripresa del controllo da parte della vera fede (l’islam sciita) dei luoghi sacri dell’Islam che sono la Mecca e Medina che sono in Arabia Saudita, governati attualmente dall’islam sunnita di Mohammed Bin Salman al Saud. Dal 1979 l’Iran ha iniziato una guerra locale ed una guerra globale.

E oggi la guerra che sta conducendo è geoeconomica e non è una novità. Ricordo la crisi degli ostaggi del 1979, subito dopo la cacciata dello Scià e l’instaurazione della Repubblica Islamica. Allora gli ostaggi erano i diplomatici americani asserragliati nell’ambasciata degli USA a Teheran. Oggi sono le economie del Golfo. L’Iran utilizza la minaccia alle infrastrutture energetiche come leva negoziale. Non deve necessariamente distruggere tutto: basta dimostrare di poterlo fare. In questo contesto, la scelta di Trump di alternare escalation e diplomazia è parte della sua strategia. Ma è una strategia ad alto rischio. La storia insegna che le guerre iniziano rapidamente e finiscono lentamente. Kissinger impiegò quattro mesi per risolvere la crisi del 1973 quando, a seguito dell’attacco egiziano-siriano ad Israele, organizzò un massiccio ponte aereo per sostenere l’alleato. In risposta al sostegno USA al nemico israeliano, l’OPEC lanciò un embargo petrolifero. Rispetto ad allora, oggi la situazione è più complessa perché Washington non è uno spettatore interessato ma è parte attiva del conflitto.

Lo storico dell’economia Niall Ferguson, che non appartiene alla schiera dei pessimisti cronici, oggi evoca il drammatico quadro della recessione. Il rischio è che il sistema globale stia accumulando più shock contemporaneamente. Non solo l’energia, ma anche tensioni nel credito privato, segnali di rallentamento nel mercato del lavoro, incertezze sulla politica monetaria. È la combinazione di questi fattori che nella storia ha prodotto pesanti danni all’economia globale. Ma è proprio l’energia la leva più importante di una possibile recessione.

Cari amici vicini e lontani, “quando l’energia diventa arma, le conseguenze non restano mai confinate al campo di battaglia” (Rampini).

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