Di Enzo Bianchi, scomparso martedì 1 settembre a 83 anni all’ospedale torinese delle Molinette, si possono ricordare molte cose.
Il monaco piemontese lascia un vuoto profondo nel cristianesimo contemporaneo. Con lui scompare una delle figure più originali del cattolicesimo europeo, accanto al cardinale Carlo Maria Martini, come lui: un uomo capace di parlare ai credenti e ai non credenti, di costruire ponti tra le Chiese cristiane e di riportare la Sacra Scrittura al centro della vita spirituale di migliaia di persone.
La storia di Enzo Bianchi comincia nel 1965, quando, poco più che ventenne e studente di Economia all’Università di Torino, decide di ritirarsi in una cascina abbandonata a Magnano, nel Biellese. Non era e non volle essere sacerdote, ma un laico animato dal desiderio di vivere il Vangelo nella radicalità della vita comune. Attorno a lui, lentamente, si raccolsero uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane.
Nacque così la Comunità di Bose, riconosciuta come una delle esperienze monastiche più innovative del secondo Novecento. La liturgia curata, il silenzio, lo studio biblico e l’accoglienza fecero del monastero una meta di pellegrinaggi spirituali e un punto di riferimento per teologi, vescovi e intellettuali di tutta Europa. Per oltre mezzo secolo Bose è stata la sua creatura, un laboratorio di ecumenismo dove cattolici, ortodossi e protestanti hanno condiviso la stessa vita monastica, anticipando molte delle intuizioni che sarebbero poi maturate nella Chiesa universale.
Il dialogo ecumenico e l’impegno ecclesiale
Consultore di diversi dicasteri vaticani, Bianchi ha partecipato ai Sinodi dei vescovi convocati da Benedetto XVI e collaborato con numerosi patriarchi ortodossi, diventando uno dei principali interpreti del dialogo ecumenico inaugurato dal Concilio Vaticano II. Le sue opere – tradotte in decine di lingue – hanno avvicinato generazioni di lettori alla Bibbia con un linguaggio semplice, rigoroso e profondamente umano.
L’amarezza dello strappo e l’obbedienza
La grandezza spirituale di Enzo Bianchi convive, tuttavia, con una delle pagine più dolorose della storia ecclesiale recente. Nel 2017 lasciò volontariamente la guida di Bose, consegnando l’incarico di priore a Luciano Manicardi.
Quella successione, che avrebbe dovuto segnare un passaggio naturale, si trasformò invece in una lunga stagione di tensioni interne. Divergenze sulla gestione della comunità, sull’autorità e sulla convivenza fraterna portarono la Santa Sede a disporre una visita apostolica nel 2019.
Fu Papa Francesco a prendere in mano personalmente il dossier. Il Pontefice, che aveva sempre manifestato stima nei confronti del fondatore di Bose e ne apprezzava il contributo al dialogo tra le Chiese, affidò però al cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, il delicatissimo compito di dare esecuzione alle decisioni maturate dopo la visita canonica. Nel maggio 2020 un decreto della Santa Sede dispose l’allontanamento di Enzo Bianchi e di altri membri dalla comunità, ritenendo necessario ristabilire la serenità della vita fraterna.
Quella decisione provocò un profondo turbamento nel mondo ecclesiale: molti la considerarono una ferita dolorosa, altri la giudicarono indispensabile per il bene della comunità. Lo stesso Bianchi obbedì dopo mesi difficili, senza mai nascondere l’amarezza per una vicenda che definì una delle prove più dure della sua esistenza monastica. Le cronache di quegli anni raccontano anche le incomprensioni con gli organismi vaticani chiamati a gestire il caso.
Se Francesco continuò a distinguere tra la persona e il problema comunitario, mantenendo nei confronti del monaco rispetto e attenzione, il rapporto con la Segreteria di Stato e con il cardinale Parolin fu inevitabilmente segnato dalla complessità dell’attuazione del provvedimento.
Il ritorno alle origini: La Madia
Lontano da Bose, Enzo Bianchi non smise di essere monaco. Nel 2023 diede vita alla Fraternità della Madia, una piccola comunità vicino a Ivrea, scegliendo deliberatamente una dimensione essenziale. “Ricomincio come un monaco”, disse presentando quella nuova esperienza. Non cercava una rifondazione di Bose, ma un ritorno alle origini: poche persone, preghiera, lavoro manuale, ospitalità e ascolto della Parola. Era il tentativo di trasformare una sconfitta personale in un nuovo cammino spirituale.
Anche negli ultimi mesi continuò a scrivere. Nella sua rubrica pubblicata alla fine del 2024 rifletteva sul tempo presente con la lucidità che lo aveva sempre contraddistinto: parlava della pandemia, della crisi culturale dell’Europa, del ritorno della guerra e del rischio che il cristianesimo occidentale si riducesse a semplice patrimonio culturale. “Ciò che mi interessa è l’umanità”, scriveva, ribadendo che il Vangelo non appartiene a una categoria religiosa, ma alla vita concreta delle donne e degli uomini.
La sua morte chiude una stagione irripetibile del cristianesimo italiano, ma lascia aperta una domanda che ha attraversato tutta la sua vita: come vivere il Vangelo nella fraternità, senza trasformare la Chiesa in una fortezza e senza perdere il coraggio del confronto? Forse è proprio questa la sua eredità più preziosa. Non l’immagine di un uomo senza conflitti, ma quella di un credente che ha conosciuto la gloria del riconoscimento ecclesiale e il dolore dell’incomprensione, rimanendo fino all’ultimo fedele alla propria vocazione di monaco.
La mia eredità
Ho avuto molte occasioni per ascoltare Bianchi, con la inconfondibile voce roca , fin dagli anni 80. L’ultima volta che ho avuto la fortuna di ascoltarlo parlare, è stato nello scorso novembre a Novara, ad una serata del Circolo dei Lettori.
Già evidentemente affaticato, parlò pochissimo, ma lasciando tra l’altro un pensiero che considero la mia personale eredità.
“Ormai da decenni – aveva detto il fondatore di Bose – abbiamo dimenticato quello che la prima lettera di Giovanni ha il coraggio di dire come versetto finale. E cioè che questo mondo è tutto sotto il dominio del Maligno. Non l’umanità, attenzione! Ma l’assetto di questo mondo che è un’altra cosa. L’umanità Dio la ama, diverso l’assetto di questo mondo. Basta guardare a Gaza. Basta guardare le guerre. Basta guardare la barbarie delle nostre società. E’ davvero tutto sotto il Maligno e noi cristiani dobbiamo abituarci che ci può essere solo conflittualità con questo assetto, verso il quale dobbiamo solo avere capacità di resistenza e di lotta”.
Resistenza e lotta. Questo è il lascito ultimo di fratel Enzo.
