BUSTO ARSIZIO – «Ora è il momento dell’amore sacro e profano. Come diceva Don Gallo, in realtà i vangeli sono cinque: i quattro tradizionali con l’aggiunta di quello scritto da mio padre, in particolare “La buona novella”. Cristo è stato il più grande rivoluzionario della storia: l’amore per il prossimo è l’impulso di cui la società ha bisogno e non deve essere ignorato». Così Cristiano De André, cantautore e polistrumentista figlio del grande Fabrizio, ha invitato ieri, mercoledì 22 aprile, gli spettatori della E-work Arena di Busto Arsizio a scambiarsi un “cinque” di pace, in quella che «ogni sera mi sembra sempre di più una messa laica» ma in cui non sono mancati richiami al filo rosso che unisce tutte le canzoni del celebre artista genovese.
«Canzoni che sono una parte di storia del nostro Paese»
«Ciao Busto Arsizio, come va? Siamo ripartiti da poco per il viaggio nella musica e nella poesia di mio padre, quest’anno è il ventisettesimo della sua scomparsa». Come ha spiegato Cristiano riguardo allo spettacolo, che ha aperto con “Mégu megún” e ‘Â çìmma”, «ho sentito il piacere e dovere di figlio di far ascoltare, a chi non ha potuto partecipare ai concerti, le sue canzoni cantate dal vivo almeno da un parente stretto. Dal momento che vanno dagli anni Sessanta fino quasi alla fine dei Novanta, rappresentano una parte di storia del nostro Paese.
All’epoca del tour di “Anime salve” mi chiese di arrangiare alcuni pezzi. Dopo qualche anno dalla sua scomparsa ho preso il coraggio per continuare ed eccoci qui, per il meglio di “De André canta De André”, tratto dai quattro album dal vivo che sono poi nati». Con un monito: «Non ci sono poteri buoni. Coerenza, giustizia, sentirsi dalla parte degli ultimi e degli esclusi. Era convinto che ci fosse modo di vivere senza dolore: solo amore, compassione e riconoscere i più deboli possono salvare il mondo».
“Sidún”, silenzio-assenso. Si passa all’Iran
Inevitabili i richiami alla tormentata attualità, suggellati dal grido «Palestina e Cisgiordania libere. Subito!» con relativa bandiera esibita sull’asta del microfono, dopo “Fiume Sand Creek” e a un paio di brani – “Il pescatore” dal tiro punk rock e “La canzone dell’amore perduto” al piano – dalla fine. «Mio padre parlò di tre stragi. Quella dei bambini per ordine di Erode, quella del Sand Creek e quella di Sidone: nel 1982 il generale Sharon bruciò la città che ci ha donato l’alfabeto e il vetro. In “Sidún” (eseguita all’inizio solo con bouzouki e voce, poi con i cori dei compagni di band) un padre tiene tra le braccia il figlio maciullato dai cingoli di un carro armato e quel piccolo corpo che muore simboleggia la fine di una civiltà. Che continua nel silenzio-assenso, visto che ora si è passati all’Iran: Trump e Netanyahu, andate a fare in c%#o. È cambiato anche il concetto di guerra: prima si combattevano “discretamente” due eserciti, ora si può maciullare impunemente anche la povera gente innocente».
Come ha aggiunto Cristiano, nei suoi ultimi anni Fabrizio era amareggiato e si sentiva sconfitto riguardo a questo tema: « “C – così mi chiamava, era concettuale anche in questo – , ho scritto tanto contro la guerra e i poteri, sullo stare vicini agli ultimi, e non è servito a un c@%%o”. Credo che le sue parole debbano essere messe in pratica, anche con atti concreti; altrimenti sarà proprio così».
Fischi da Autonomia Operaia
A suscitare il maggiore entusiasmo del pubblico, che già prima del bis si era alzato in piedi ad applaudire, sono state “Nella mia ora di libertà”, “Bocca di rosa”, “Andrea”, “Il testamento di Tito”, “Volta la carta”, “Quello che non ho” – tutte accompagnate da battimani a tempo – con “La canzone di Marinella” al piano e “Verranno a chiederti del nostro amore” accompagnata da tastiere e contrabbasso. I compagni di viaggio Luciano Luisi (tastiere), Osvaldo Di Dio (chitarra), Davide Pezzin (basso) e Ivano Zanotti (batteria) hanno contribuito a canzoni dal taglio più potente e rock, come gli assoli ai limiti dell’hard di “Smisurata preghiera” e “La canzone del padre” ma anche echi pinkfloydiani in “Amico fragile”.
Ispirato da presenze “New Trolls” tra gli spettatori, Cristiano ha ricordato un aneddoto dei primi Settanta, con Fabrizio al suo primo tour insieme a loro: «Era terrorizzato come una bestia, dovevano spingerlo sul palco. Io avevo tredici anni ed ero innamorato della musica e degli strumenti, appena potevo li raggiungevo: per me era davvero pura magia. Era anche l’epoca delle contestazioni, con i gruppi di Autonomia Operaia che arrivavano e si mettevano a fischiare. “Hai ragione”, diceva in quei casi mio padre, che posava la chitarra e spiegava i motivi delle loro azioni: così a volte i concerti potevano durare fino a tre o quattro ore. Una volta mi trovavo vicino al mixer e provai a fare un fischio. Mi riuscì così forte che lui disse subito “hai ragione” e partì con una filippica di mezz’ora. Mi nascosi e non ho mai avuto il coraggio di raccontarglielo. Anche perché mi avrebbe fatto un c%£o come una casa».
La diatriba
«Era anche autoritario, voleva che diventassi veterinario. Ma era per tutelarmi dal confronto, che a un certo punto per me arrivò e fu anche doloroso: un complesso di Edipo che ho dovuto arginare e superare. Credo di esserci riuscito, con fatica; adesso le cose vanno un po’ meglio di allora. È stata anche una diatriba che è andata avanti per durata due o tre anni, ma avevo la testa più dura della sua e alla fine mi iscrisse al conservatorio “Niccolò Paganini” di Genova. Mai avrei pensato di partecipare a un tour con lui ma per quello di “Anime salve” mi volle al posto di Mauro Pagani. Una grande responsabilità: aveva creduto in me ed è stato il momento più emozionante della mia vita».

Cristiano De Andrè canta Fabrizio De Andrè: il concerto all’Arena di Busto
