BUSTO ARSIZIO – «Noi sogniamo un mondo dove fare il proprio dovere non sia eroismo ma sia l’ordinario. Invece il giudice beato Livatino dimostra perseguire il proprio scopo talvolta richieda eroismo. E allora credo che essere qui a ricordare la figura di Livatino sia un modo per spronare le donne e gli uomini che sono al servizio della giustizia a non essere meri esecutori di una procedura ma ad essere donne e uomini che portano in bene comune». Lo ha detto L’Arcivescovo di Milano Mario Delpini che ha presieduto oggi, martedì 29 ottobre, la benedizione dell’icona del beato Rosario Livatino, il giudice martire, che è stata apposta sulla parete dell’atrio del Palazzo di Giustizia di via Volturno.
Cerimonia alla quale hanno preso parte il Prefetto di Varese Salvatore Pasquariello, il presidente del tribunale Miro Santangelo, il procuratore di Busto Carlo Nocerino, il sindaco di Busto Emanuele Antonelli, la direttrice del carcere di Busto Maria Pitaniello, il Questore di Varese Carlo Ambrogio Enrico Mazza, il comandante provinciale della Guardia di Finanza Crescenzo Sciaraffa, il comandante della compagnia carabinieri di Busto tenente colonnello Andrea Poletto, il comandante della polizia penitenziaria Rossella Panaro, il comandante della polizia locale di Busto Stefano Lanna, magistrati, cancellieri, operatori di polizia giudiziaria e tutte le autorità civili e militari del territorio.
L’esempio dell’eroismo
Una nuova partenza nella vita
Quella di quest’anno è la quarta celebrazione del giudice beato fortemente voluta nelle aule del Tribunale di Busto Arsizio da don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di via per Cassano e anima della cooperativa La Valle di Ezechiele, che si occupa del rienserimento lavorativo dei detenuti. «Un momento di preghiera all’interno del Tribunale – spiega don David – Il primo anno si svolse in una piccola aula, forse oggi invece non basterà la grande aula intitolata ai giudici Falcone e Borsellino per contenere tutti gli intervenuti. Il Tribunale è il luogo dove si accertano i fatti, ma è anche strumento vita nuova. Ognuno deve fare la sua parte. Qui si esercita l’esecuzione penale, ma anche l’esecuzione educativa. Questo deve essere il segno di una nuova partenza nella vita». L’icona del Beato è un dono del cappellano del carcere e parroco di Sant’Anna, don David Maria Riboldi. Realizzata dalle monache del Monastero San Benedetto a Milano in via Bellotti, riprende il telo esposto ad Agrigento il giorno della beatificazione: Rosario Livatino con la toga, quindi nel pieno delle sue funzioni, la palma del martirio alle sue spalle, i diari in una mano da cui un cartiglio con la sigla S.T.D. (sub tutela Dei) e la frase “Quando moriremo, nessuno verrà a chiederci quanto siamo stati credenti, ma quanto siamo stati credibili“. L’altra mano poggia su due libri: il codice penale e il Vangelo. A ricordare la figura del giudice Livatino è stato il cugino del beato che ha ammonito: «Io ho lasciato la mia terra (la Sicilia) perché la mafia ne ha fatto strazio. Dovete essere attenti perché potrebbe capitare anche qui».
Il sacrificio per la collettività
«Il giudice Livatino, il beato Livatino, è un eroe laico per non suo profondo essere credente – commenta il presidente del Tribunale di Busto Miro Santangelo – E’ un servitore dello Stato che si è sacrificato per tutelare la collettività. Da oggi custodiremo la sua immagine e il suo ricordo non solo nei nostri cuori, dove non è mai venuto a mancare, ma anche in queste nostre aule di giustizia».
L’icona del beato Livatino in Tribunale a Busto. La benedice l’Arcivescovo Delpini
