Caldo torrido al Tour. Come le polemiche

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Tour de France 2026: Tadej Pogacar con il gilet raffreddante (foto Sirotti)

Al Tour de France fa caldo, molto caldo. Pensa, che strano! Lo hanno scoperto persino corridori, telecronisti e opinionisti. Fa così caldo che le polemiche hanno attecchito, anzi si sono incendiate. 

Matteo Trentin, che non è un debuttante ma sta disputando il nono Tour, ha detto che correre in queste condizioni è “malsano. Forse partire a mezzogiorno sotto il sole non è una buona idea: se io fossi una persona normale, non uscirei a quest’ora. Dobbiamo sederci a un tavolo e parlarne seriamente”. Concetto ribadito da Pidcock (otto milioni all’anno di stipendio). Anche i commentatori televisivi, almeno quelli italiani, sono sulla stessa lunghezza d’onda. Ogni tappa la solita tiritera per arrivare a una sentenza scientifica: “è evidente che con il cambiamento climatico adesso faccia più caldo di una volta”. Vero: rispetto a una cinquantina d’anni fa la temperatura media giornaliera in Francia, come in Italia, è aumentata di circa due gradi. Fatto sta che tutti invocano provvedimenti per combattere questa situazione disagevole. Un pensiero schierato e molto “politicamente corretto”, ma che non va oltre una demagogia spiccia. I corridori, al massimo, si appellano al “protocollo per le situazioni meteorologiche estreme”: se fa troppo freddo non si corre, se fa troppo caldo non si corre, se piove troppo non si corre, se nevica non si corre. Più o meno resterebbero le gare in pista, purché al coperto. 

Certo, correre il Tour de France (ma, tanto per fare un esempio anche una Roubaix), così come tutto lo sport agonistico di alto livello, non è proprio il massimo per la salute. Perché, restando al ciclismo, è salutare correre il Tour of Magnificient Qinghai (il via sabato 11), in Cina, con 8 tappe sempre abbondantemente sopra i duemila metri di quota e traguardi anche a 3.800 metri? E partecipare a corse “a ingaggio”, dall’altra parte del mondo, a 48 gradi di temperatura fa bene alla salute o al portafoglio?

La domanda a cui gira tutto attorno è semplice: ci sono soluzioni a questo “caldo torrido”? 

Gli organizzatori, seppure potenti come quelli dell’Aso, non possono certo cambiare il clima. E far finta di non sapere che le corse, si o si, si debbano correre il pomeriggio è grave visto che gli organizzatori vivono di diritti televisivi (che sarebbero molto minori, o quasi nulli, al mattino). Pensare di correre al mattino è un’utopia. O una scemenza.

Forse molti “esperti” non sanno che gli indumenti, invece, hanno fatto passi da gigante per migliorare il comfort (sia per combattere il caldo, sia il freddo) anche se la prima, o forse unica richiesta, dal mondo dei professionisti è l’aerodinamicità. Interessa la performance, molto più che la comodità. Tra risparmiare un watt o un grado di temperatura si punta al risparmiare il watt. Nonostante questo i tessuti tecnici sono straordinariamente migliori rispetto a quelli di pochi decenni fa. Negli anni Novanta o prima decade del duemila le magliette erano coloratissimi sacchi di plastica. Più simile, come materiale, al sacco dello sporco che a una maglietta. Oggi sarebbero immettibili. E vogliamo guardare un poco più indietro, fino agli anni Settanta, quando l’abbigliamento (maglia e persino pantaloncino) era di lana? Altro che due gradi in più di oggi…

Adesso i corridori, dopo che sono stati scoperti i “marginal main”, hanno le “ice socks” che fa molto più figo rispetto a dire “calze piene di ghiaccio” che si mettono nel coppino. Poi hanno i gilet refrigerati, da usare prima e dopo la gara; vasche di acqua fredda pronte al traguardo; letti e cuscini refrigerati che alcuni team si portano nei vari hotel; un’alimentazione scientifica studiata; metodologie di allenamento specifiche per migliore l’adattamento. C’è persino chi, al raduno di partenza, si riempie il body di ghiaccio perché nel ciclismo bisogna seguire il gregge e possibilmente esagerare. 

Una volta i corridori, a che durante la tappa, facevano il bagno nelle fontane lungo la strada. Le scottature solari erano un problema già dal Giro. 

Poi, prendete il Giro finito anche lui – forse per mancanza di capacità di analisi tecniche più serie – nella stessa polemica: pochi decenni fa era in calendario due settimane dopo. Il via era più o meno intorno al 20 maggio. E due settimane, a inizio estate, spesso a livello di temperature fanno la differenza. E la Vuelta? Quando nel 2010 partì da Siviglia con una cronosquadre notturna c’erano 44 gradi alle ventidue. Di giorno si era arrivati a 48. Nessuno ne fece una tragedia. 

 Poi il problema del caldo è sentito anche dal calcio. La Fifa, quella federazione presieduta da tale Infantino che per fare un favore al suo amichetto Trump ha tolto d’imperio la squalifica a un giocatore degli Usa, ha pensato bene alla salute dei calciatori introducendo al Mondiale il “cooling break”, l’intervallo a metà tempo per dare modo ai calciatori di dissetarsi. Ci tiene così tanto che questa innovazione, che può stravolgere lo svolgimento di una partita, che viene applicata persino negli stadi chiusi e climatizzati. Che poi, casualmente eh, abbiano scoperto che questi intervalli rendano milioni di pubblicità televisiva è solo casuale. O no?

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