Caso Micale e politica in lite: sanità con la flebo

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Il caso Micale, le annunciate e subito “congelate” dimissioni del direttore generale dell’Asst di Varese, ripropone per l’ennesima volta uno spaccato sulla sanità. Si tratta di una vicenda circoscritta all’azienda socio sanitaria varesina che si specchia però nel più vasto contesto assistenziale, regionale e nazionale. Settore esposto ai tanti, mille problemi che ne impediscono una vera funzionalità e una pari efficienza, attorno al quale si parla a getto continuo, probabilmente troppo, senza che vi siano ancora soluzioni vere alle serie difficoltà cui devono far fronte i pazienti. Una su tutte: le liste d’attesa.

Quanto sta accadendo al vertice della sanità varesina è frutto di non meglio precisate questioni gestionali che chiamano in causa la politica. Alla quale, al di là delle vere o presunte lacune dirigenziali, va addebitata la maggior responsabilità di un settore sanitario che fa acqua da (quasi) tutte le parti. A cominicare, in primis, da chi dovrebbe intervenire per migliorare l’intero quadro di riferimento e, invece, chiacchiera, litiga, cause più o meno dirette di precarietà e inefficienze, in tutto il Paese, in una regione, la Lombardia, fino a qualche tempo fa considerata in cima alle classifiche della sanità europea. Scrive Davide Galimberti, sindaco di Varese: “Non può che esserci apprensione nel constatare un clima di tale instabilità e incertezza dovuta a repentini cambiamenti delle cariche direttive. L’auspicio è che non ci siano ulteriori ricadute sulla qualità del servizio”.

Apprensione che nasce anche dai piani alti della Regione Lombardia, dove ci si arrovella sul come cambiare il passo di ospedali e medicina territoriale, ma con scarso successo. Al punto che ci si inventa di ricorrere ai carabinieri del Nas per “attenzionare” le agende di visite ed esami. Nel frattempo, in giunta ci si accapiglia: Fratelli d’Italia mette in discussione l’operato dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso, rischiando di fatto la crisi politica nel centrodestra. L’intervento del governatore Attilio Fontana in difesa di Bertolaso evita il patatrac. Il nodo della questione, la funzionalità e l’efficienza dell’ assistenza territoriale, dei ricoveri e delle cure, restano in secondo piano rispetto ai rapporti della politica.

Rapporti che toccano l’apice in Parlamento, dove una settimana fa si è consumato lo scontro tra maggioranza e opposizioni, tra Giorgia Meloni, Elly Schlein e Giuseppe Conte. Tema: i fondi della sanità. La premier sottolinea che mai come durante il suo mandato sono stati riservati contributi alla sanità. Testuale: “Il Pd accusa ma fa propaganda: il Fondo sanitario nazionale è al livello più alto di sempre, quando ci siamo insediati nel 2022 quel fondo era di 126 miliardi, 10 miliardi meno di adesso (…) Il governo vuole dare una mano e fa la propria parte”. La segretaria del Parito democratico non è dello stesso parere e contrattacca: “Volete una sanità a misura di portafoglio: la gente non si riesce a curare (…). Siamo di fronte a una vera e propria tassa Meloni, curarsi è diventato un lusso (…). Per lei qualcosa che non funziona è sempre colpa di qualcun altro. Dopo tre anni non ci sono scuse, la colpa è dell’attuale governo e gli italiani non sono fessi”.

Appunto, gli italiani non sono fessi. Ragioni, torti, scuse, verità e mezze verità: i guai hanno origine nel passato, a Giorgia Meloni non possono essere addossate anche le responsabilità che non sono sue. Ma mentre la politica litiga, la sanità italiana boccheggia, è attaccata alla flebo. Di sicuro non saranno i carabinieri “arrualati” dalla Regione Lombardia che potranno salvarla dall’implosione: il loro compito istituzionale non prevede i miracoli. Soltanto i miracoli di chi lavora in corsia hanno evitato sinora che tutto vada a carte e quarantotto.

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