Ah la Svizzera, nazione spesso presa a modello per la sua efficienza, per il rigore normativo, per il rispetto delle regole, della civiltà, della buona educazione; per il benessere diffuso che favorisce (favorirebbe) una qualità della vita superiore. Ah la Svizzera, che offusca la sua immagine dopo la tragedia di Crans-Montana, disastro annunciato secondo molti commentatori che, all’indomani delle drammatiche notizie di morti e feriti nel locale della famosa ed elitaria località sciistica, sfogliano il libro delle accuse.
“Processo alla Svizzera” titola a tutta pagina un giornale italiano, senza mezzi termini e con una punta di cattiveria più o meno giustificabile. Perché stavolta qualcosa non ha funzionato nel “sistema perfetto” della Confederazione, si è aperta una falla, un’enorme falla che ha provocato il disastro. Un incidente? Troppo facile e semplicistico, soprattutto autoassolutorio, catalogarlo come un fatto imponderabile, che sfugge al concetto di prevenzione, che cioè non attiene ai parametri della sicurezza. Le vittime del Constellation sono finite in una trappola di disattenzione e sciatteria, che nell’immaginario collettivo, nel concetto di superiorità attribuita alla Svizzera, mai sarebbe potuta esistere. E invece era soltanto un’illusione.
Lo era anche per noi residenti nella provincia di confine, che bene conosciamo, toccandole con mano, l’inflessibilità e la disciplina di chi abita nel dirimpettaio Canton Ticino, meta di migliaia di frontalieri che lì hanno trovato lavoro. Passata la frontiera quasi ci assale il timore di essere in un posto dove non si può sgarrare neanche di un millimetro rispetto a quanto sancito dalle autorità rossocrociate e, a un tempo, dagli schemi locali di convivenza. Una velocità superiore di un amen in autostrada è sufficiente per essere subito intercettati e duramente sanzionati dalla polizia, che sbuca all’improvviso, chissà come. E’ un esempio, forse marginale quanto significativo, di come la cultura della legalità sia diffusa, percepita e praticata oltreconfine. E’ una sorta di ossessione del controllo quello che si percepisce.
Ma a Cras-Montana? D’accordo, saranno le indagini a stabilire le eventuali inadempienze, il pessimo utilizzo dei materiali, la mancanza di isolanti ignifughi, l’assenza di vie di fuga, la presenza di ragazzini in un locale dove si consumavano alcolici, le responsabilità. Perché qualcuno avrà pure delle responsabilità per quanto è accaduto. A cominciare da chi avrebbe dovuto controllare. Ecco, appunto, i controlli: tre in dieci anni. Nel vituperato Belpaese sono ben più numerosi e approfonditi soprattutto nei locali pubblici. E allora, chi sarà chiamato a rispondere per il Constellation? Chi ha firmato le autorizzazioni? Chi spiegherà lo scoppio del cosiddetto flashover, termine mai sentito prima d’ora, che in italiano significa “incendio generalizzato” e che in un nano secondo ha avvolto il bar/discoteca con tutti coloro che lo popolavano ?
Era un’occasione che sarebbe dovuta essere di festa e si è trasformata in una notte di lutto e dolore. I tanti interrogativi hanno bisogno di risposte, non giriamoci troppo attorno. Per primi devono averle proprio gli svizzeri, precipitati in un’emergenza che è inanzitutto morale. Che li riguarda da vicino anche per aver sconvolto certe loro inattaccabili convinzioni. Risposte attese dai famigliari delle vittime, dai giovani rimasti feriti, da tutti coloro che stanno vivendo un dramma inconcepibile in un Paese al di sopra di ogni sospetto, fino alla terribile notte di Capodanno di una Svizzera che forse non c’è più.
