di Massimo Lodi
E se domani? E se domani, complice la legge elettorale presente o futura, ci toccasse una rivoluzione degli schieramenti tradizionali? L’argomento spunta e insiste in chiacchiericci affatto bizzarri. Al contrario: mirati al pratico, nel caso d’imprevisto fattosi realtà.
L’imprevisto è un pareggio nel ’27, primavera o autunno, quando rinnoveremo il Parlamento. Con gli attuali collegi uninominali fissati dal Rosatellum si rischia (vedi ultime regionali) di non avere maggioranze omogenee a Camera e Senato. Idem, e peggio, si rischierebbe con lo Stabilicum, neoprogetto presentato dalla destra, a meno che la Corte Costituzionale non dia l’ok a un superpremio alla coalizione vincente. Cioè: gli schieramenti d’oggi faticherebbero a imporsi domani in entrambe le sacre aule della democrazia, causa mancanza di numeri. E allora.
E allora non vanno esclusi ripensamenti, inedite alleanze, sorprese inimmaginabili solo da chi ha poca immaginazione. Escluso l’eventuale ricorso a un governo tecnico, che sta in uggia a tutti, è pensabile un governo che tagli le estreme, punti al centro, faccia del moderatismo la sua bandiera in un’epoca di crescente insofferenza verso le radicalità. Punti a favore dell’ipotetica svolta: lo standing istituzionale assunto da Schlein per difendere Meloni dallo sgangherato attacco di Trump, con ciò accreditandosi come statualista number one della sua area; il sostegno venuto dai leghisti non salviniani, individuàtala come un’affidabile colloquiante in stagioni di turbolenze; l’apprezzamento, tacito eppure evidente, di Forza Italia e della famiglia di cui è proprietà, i Berlusconi Marina&Piersilvio freschi reduci dalla spazzolata a Tajani; il nervosismo dei centristi (Renzi/Calenda) fra i quali serpeggia il timore di vedersi sfilare il residuale consenso di cui godono; il nervosismo che aumenta in Conte per imporre le primarie a sinistra, tra obiezioni e freddezza diffuse.
Un magma che inquieta la premier, presa dall’angoscia di partecipare al voto con una squadra e di ritrovarsene poi al comando un’altra, che di lei (lei Giorgia nostalgico-sovranista) potrebbe fare a meno. Quale squadra? Ne suggerisce la composizione un retroscenismo di Repubblica: il Pd in formato Schlein manovriera-shock, Forza Italia passata a un diverso portavoce (il nome più accreditato è Alberto Cirio, governatore del Piemonte), la Lega che in parabola declinante si affidi a Zaia o Fedriga, infine i centristi persuasi a percorrere una strada alla quale non s’intravedono alternative. L’idea di fondo è che, complici le devastazioni trumpiste e il sussulto liberal che pare aver scosso finalmente l’Europa (nisi Bulgaria, ahinoi filorussa), il momento tra alcuni mesi si rivelerebbe ideale alla manovrissima.
E se domani, per davvero? E se domani andasse così –qui il retroscenismo è di Malpensa24– ci toccherebbe in veste di presidente del Consiglio o il leader del partito più forte (Schlein) o una soluzione giudicata federativa (Giorgetti) con scelta per il Quirinale ’29 in appannaggio ai Dem. Che un nome bell’e pronto ce l’hanno già: Veltroni.
