Ciao Giochi. La vita l’è bela

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Cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Milano-Cortina all'arena di Verona

di Massimo Lodi

Ci sono virtualmente anche loro, Cochi e Renato, alla chiusura dell’Olimpiade. Arena di Verona, 21.15 del 22 febbraio ‘26, sfilata conclusiva iniziata, musiche (a sorpresa) degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta. Risuona “Eh la vita, la vita. Eh, la vita l’è bela, l’è bela”. Basta aprire l’umbrèla ed eccoci nella festa. La festa: ecco, appunto, et voilà in omaggio alla staffetta coi francesi, che daranno ospitalità ai prossimi cinque cerchi olimpici.

Questo scenario, quella musica danno un profilo identitario all’emozione sportiva. Si chiama gratificazione dell’anima. Tali son stati i nostri Giochi. Nostri nel senso d’italiani. E italiani nella versione italianissimi: abbiamo vinto un sacco, ci siamo divertiti un sacco e più. Timori della vigilia spariti: la manifestazione cosiddetta diffusa, un luogo accanto a un altro luogo, ha trionfato. Sia pure tra impianti qui e là inconclusi, biglietti così cari da risultare talvolta non venduti, costi elevati al punto che s’ignora quando se ne sanerà il debito.

Ma, insomma, dunque. Evento che ci ha incuriosito, preso, entusiasmato. Una luce speciale in mezzo al consueto buio di mesi/anni segnati dalla mestizia e il resto che la provoca e benissimo sapete. È stata l’Olimpiade che conferma il qualitativo genio italiano dell’arrangiarsi nell’emergenza, la sua moltiplicazione in trovate organizzative di prim’ordine, la conferma d’una storica attitudine dei nostri ragazzi e ragazze (soprattutto ragazze, stavolta) a eccellere nell’over-agonismo quand’è il momento.

Retorica vorrebbe che si evocasse lo spirito antico, della Grecia e non solo. Ma basta fermarsi all’attualità e a un passato non troppo lontano. Siamo bravi in campo e fuori. Grazie a doti naturali, a sapienza costruita, a tocchi di raffinata empatia che ci collegano facilmente al resto del mondo. Perciò: medaglia d’oro dell’orgoglio, che non significa superbia da ipertrofico ego e invece semplice fierezza. Qui vive, si ripete, lascia traccia l’italianità (il patriottismo?) di cui le meravigliose scenografie d’inizio avventura a Milano e di fine corsa a Verona teatralizzano con accurata leggerezza il messaggio d’una consapevole bravura. Non è peccato di baldanza, ma attestazione di sollievo: credevamo di non farcela, e invece ce l’abbiamo fatta. “Eh la vita, la vita. Eh, la vita l’è bela l’è bela”. Anche senza l’umbrèla. Au revoir, gentile (?) Francia 2030.

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