Da Garlasco al Boeing precipitato, quante ansie

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Dal delitto di Garlasco allo schianto del Boeing dell'Air India: quali verità?

Teniamo alta l’attenzione sulle straordinarie imprese tennistiche di Jannik Sinner, che ci coinvolgono più di quanto non riesca a fare in questo periodo il calcio, nostro sport nazionale, ma non possiamo distogliere lo sguardo dalla cronaca. Guerre a parte, fatti che sconcertano benché, alcuni di essi, poggino al momento su ipotesi, o anche qualcosa di più delle ipotesi, che in qualche modo alimentano le nostre ansie, ben al di là della semplice curiosità.

Alle corte. Ci riferiamo al delitto di Garlasco, un giallo che dura da quasi vent’anni, e al Boeing dell’Air India precipitato lo scorso 12 giugno subito dopo il decollo dall’aeroporto di Ahmedabad. Due episodi distanti tra loro, per dinamica e protagonisti, uguali nelle conseguenze mediatiche e, soprattutto, perché disorientano le nostre menti. Le imprese di Sinner ci aiutano forse ad alleggerire il peso di un delitto e di un disastro aereo che non hanno ancora spiegazioni plausibili e risiedono negli inesplicabili comportamenti umani.

Nel primo caso, a Garlasco, dalla nuova inchiesta della magistratura esce fuori che nella bocca della povera Chiara sarebbe stato trovato il Dna di uno sconosciuto, “una persona ignota” affermano gli inquirenti nello stretto linguaggio burocratico che, passo passo, sembra dare una inedita, clamorosa, inaspettata versione dell’accaduto del 13 agosto 2007. Più persone sulla scena del delitto? E’ la domanda che rimbalza dagli uffici giudiziari nelle redazioni e scuote le sensibilità collettive. Una supposizione, certo, che però spalanca la porta a una serie infinita di interrogativi sul ruolo dell’unico condannato, Alberto Stasi, finito in carcere, dopo essere stato assolto due volte, per sentenza della Cassazione; interrogativi che coinvolgono l’ultimo indagato, Andrea Sempio, sospettato di essere in qualche modo coinvolto nella vicenda; interrogativi sulla bontà delle prime indagini e dei rilievi scientifici che definirono il contestato quadro probatorio del crimine in questione. Quale l’affidabilità di quell’inchiesta?

Il disastro del volo dell’Air India (241 vittime) pare sia dovuto a un errore umano o, peggio, a una decisione di “qualcuno presente in cabina di pilotaggio”, che ha spento i motori, che non si sarebbero fermati per un guasto. Un gesto pazzesco, emerso in queste ultime ore. Anche qui, supposizioni, che il rapporto preliminare d’indagine riporta come dettaglio dell’accaduto. Un dettaglio, se mai si possa definire così, che inquieta e non lascia tranquilli.

Tragedia, quella indiana, che ci riporta al marzo del 2015 quando un Airbus, decollato da Barcellona con 150 persone a bordo, fu fatto schiantare deliberatamente contro le Alpi Francesi dal copilota. In quest’ultimo caso, una certezza confermata dalle inchieste. Per il Boeing dell’Air India ancora un’ipotesi. Tremenda. E una nuova serie di domande: perché? Con una scontata considerazione: quando saliamo a bordo di un aereo, forse senza rendercene conto, stabiliamo un rapporto di fiducia con i piloti, siamo nelle loro mani.

Restano le indeterminatezze, i punti oscuri di due episodi che, comunque si valutino, non attengono in esclusiva all’imponderabile, ma hanno una matrice volontaria, e per questo sono ancor più allarmanti. Insomma, azioni premeditate. Così che le congetture sorte attorno ad esse sembrino soltanto l’annuncio di altrettante verità in questa torrida, inquieta estate. Nonostante Sinner e le sue esorcizzanti volée.

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