di Massimo Lodi
Cari amici del basket (ma non solo del basket: cari varesini e cari tutti): andate a rileggervi -o correte a comprarlo- il libro che Dino Meneghin, domani al traguardo dei 75 anni, scrisse qualche tempo fa con Flavio Vanetti. Passi da gigante, s’intitola (editore Rizzoli). Ed è, come chiosa l’estemporaneo autore, la sua vita vista dall’alto. Dall’alto per modo di dire (modo di essere: 204 centimetri). Vista soprattutto dal basso, dalla quotidianità dentro e fuori una palestra, da un’esperienza straordinaria di campione per alcuni decenni e poi di dirigente. Perfino e poi di presidente della federazione italiana pallacanestro.
Non è un libro convenzionale. Cioè: elenchi di gesta, giocatori, cifre. Di partite, vittorie, sconfitte. D’esultanze e sconforti. È anche, in misura relativamente piccola, questo. Ma è soprattutto altro. È quello che quanti s’assiepano su una gradinata per tifare il loro incoraggiamento immaginano, ma non conoscono nel dettaglio realistico. È tutto quanto sta nel privé d’un club sportivo: i segreti e le ritualità dello spogliatoio, la sacra mestizia degli allenamenti, l’allegria sfrenata del divertirsi. Quanto divertirsi, nell’epopea meneghiniana. Lazzi, scherzi, beffe. Curiosi, boccacceschi, atroci. C’è chi ancora oggi, se potesse, inseguirebbe Dino e gli menerebbe.
Tanta aneddotica, quindi. Assolutamente vera. E fin dall’inizio dell’avventura cestistica del Nostro. Nato il 18 gennaio 1950 ad Alano di Piave, naturalizzato varesino, segnalato dodicenne dagli studenti della media Dante al professor Nico Messina che per conto dell’Ignis teneva una leva di basket alla scuola Pascoli di viale Ippodromo. Visto, fatto correre con un cappotto per capirne la complessione fisica, arruolato. Non sapeva neppure che cosa fosse il pallone a spicchi. Imparò in fretta, furono costretti a vendere Bovone, gran promessa della nazionale, per far posto a lui. Gli giovò la cura di Gianni Asti, che lo ebbe per un anno di maturazione alla Robur et Fides, poi spiccò il volo. Ossola, Rusconi, Flaborea, Meneghin, Raga: nel quintetto del miracolo gialloblù del ‘68/’69 fu l’asse portante. E diventò l’idolo della città.
Girava su una cabriolet americana color verde marino e carica di pazzi come lui. Fingeva d’esaudire gli autostoppisti, e li piantava a terra sgommando. Si sostituiva al titolare della tabaccheria di corso Matteotti e dava via gratis le sigarette: omaggio del padrone, diceva (il padrone era andato a bersi un caffè). Tornava di notte, con la solita congrega, da un ristorante sul Montallegro e deponeva un sodale inciucchito nella rotonda di piazza Monte Grappa: l’avrebbero rianimato gli spazzini del primo turno, all’alba.
Dino è stato tutti noi. Noi ragazzi degli anni Sessanta, prima suoi compagni di squadra, poi complici di goliardate, poi costretti dal mestiere (di pennuti, diceva lui, aggiornando la definizione di pennaioli; altro che di giornalisti) a scrivere con qualche imbarazzo delle sue imprese. Per fortuna, quasi sempre imprese positive. Altrimenti, sai che disagio per via del conflitto d’interessi amicali. Dino ci ha regalato emozioni. Forti emozioni. L’ebbrezza di vivere per vincere, l’amore per la passione sportiva, il culto del sacrificio. Così trasgressivo, così diligente. Così matto, così serio. Così spontaneo, così sorvegliato. Un doppio continuo: non di bene e male, ma di bene uno e di bene due.
Ha narrato il suo (il nostro) tempo come pochi hanno saputo narrare, andando ben oltre il basket. Nessuno meglio di Flavio Vanetti avrebbe potuto raccoglierne la testimonianza. Perché Flavio, come Dino, è un mix di bizzarria e professionismo, di bosinità e spirito di mondo, di competenza e dissacrazione. I “Passi da gigante” li ha fatti anche lui, sui parquet del giornalismo. Chapeau a questa coppia nient’affatto strana.
