VARESE – Un punto di partenza disarmante: «Il disagio giovanile è uno tsunami che rischia di rompere gli argini prima ancora di trovare soluzioni efficaci»; ma anche una presa di coscienza, piantata a terra come un paletto fondamentale dal quale partire: il problema non sono solo i giovani. Ma anche la famiglia, i genitori, la genitorialità e via via. Non solo e in una parola: la società. Nella sua contemporanea complessità.
Il summit
Questa mattina (giovedì 27 giugno), su convocazione del prefetto di Varese Salvatore Pasquariello, nella sala consiglio di Villa Recalcati si è tenuta una riunione (molto partecipata) per fare il punto della situazione sui progetti (Carpe diem) per contrastare il disagio giovanile. Tema di strettissima attualità che, come una spirale infernale, si trascina dietro anche tutta una serie di fenomeni legati ai luoghi e alle istituzioni frequentati dai ragazzi (la scuola ad esempio, ma anche gli oratori e il mondo dell’associazionismo) e alla sicurezza più in generale. E senza escludere (poiché non è solo una questione di sicurezza) la complessa battaglia dello spaccio nei boschi e l’assunzione di droghe e alcol soprattutto da parte delle fasce giovanili.
Presenti i procuratori capo del Tribunale di Varese Antonio Gustapane e l’aggiunto di Busto Franco Belvisi; il procuratore del Tribunale dei minori; lo psichiatra Simone Feder che opera a stretto contatto con i giovani sul tema delle dipendenze; rappresentanti del mondo della scuola e funzionari e amministratori di Provincia e Comune a stretto contatto con il mondo scolastico. Oltre a rappresentanti di Ats Insubria, forze dell’ordine e del mondo della cultura. Insomma per usare un termine à la page la rete che ancora oggi rappresenta l’argine di fronte allo tsunami del disagio.
Un quadro che preoccupa
Il primo spunto di riflessione l’ha messo sul tavolo Feder: «Oggi il disagio giovanile rischia di essere lo tsunami che prima travolge i giovani e insieme a loro l’intera società. La sfida quindi è mettere in campo, insieme alle tante iniziative già avviate (anche con successo in diversi casi), progetti capaci di agganciare i ragazzi prima che il disagio rompa gli argini». Prima che il malessere del singolo degeneri nella dipendenza o in comportamenti antisociali e violenti. «In quest’ottica – ha concluso Feder – sono stati pensati e attuati le iniziative di Carpe diem».
La cruda realtà
La conferma che il termometro giovanile segna “allarme rosso” è arrivata da Sabrina Ditaranto, procuratore del Tribunale dei minorenni. «I reati dei giovani sono in aumento sia come numeri che come gravità del reato stesso. Dalle rapine da strada, i così detti “scavalli”, orientate più alla prevaricazione dell’altro, siamo passati a fenomeni diventati ancor più violenti con l’uso dell’arma utilizzata, non più come sola minaccia, ma proprio per fare male. Sono in aumento le segnalazioni e le denunce per porto di coltelli. Ormai avere un coltello in tasca, per un minorenne, è diventato endemico».
Genitori “schiavi” delle richieste dei figli
E ancora: «È cambiata anche la cultura delle famiglie che questi ragazzi hanno alle spalle. Sempre più spesso mi capita di vedere genitori che in udienza riprendono con il cellulare i propri figli mentre sono davanti al giudice. E quando chiedo il perché, rispondono che si tratta di una richiesta dei loro figli che poi vogliono diffondere quanto avvenuto nel processo. Ecco, nemmeno gli adulti percepiscono il senso della vergogna. È come se si fosse perso il valore di ciò che è giusto e sbagliato. E soprattutto gli adulti non hanno la percezione della gravità e della delicatezza di avere un figlio minorenne a processo. È su questo che noi adulti stiamo fallendo».
Lo spaccio non è solo una questione di sicurezza
Lo spaccio nei boschi, oltre che una piaga diffusa e difficile da contrastare, non è più solo una questione di sicurezza. È diventato, infatti, anche una cartina al tornasole di una società malata e forse incapace di contenere e dare risposte al disagio dei ragazzi.
Sulla questione sono state messe in campo iniziative importanti che hanno dato risultati concreti senza però arginare il problema. Insomma, non si può negare l’impegno delle forze dell’ordine (quelle provinciali, ma anche nazionali come l’impegno massiccio del corpo speciale dei carabinieri, i Cacciatori di Calabria e Sicilia). E non si possono negare i risultati ottenuti: non passa giorno che i media locali non riportino di operazioni andate a buon fine con sequestri, arresti e bivacchi sgominati in diverse zone boschive del Varesotto. La collaborazione tra le procure di Varese e Busto è oggi un modus operandi consolidato e che funziona. Ma tutto questo sembra una lotta impari.
«Abbiamo cambiato anche l’approccio a questa complessa problematica – ha spiegato il procuratore aggiunto di Busto Belvisi, tribunale dove è stato istituito un Osservatorio ad hoc – è stata fatta una mappatura delle aree interessate e sono state mess in campo azioni capillari nelle varie zone. Solo qualche giorno fa sono stati sgominati due gruppi di dieci persone, ma da lì a breve si ricostituiranno le bande dello spaccio, poiché ci troviamo di fronte al livello più basso della catena “gestito” da nordafricani. Tutto questo ci ha permesso di “aggredire” anche il livello superiore, questo in mano agli albanesi. E poi c’è un terzo livello, quello ancora più in alto, in mano alla malavita organizzata “nostrana”».
E legato allo spaccio c’è il consumo delle sostanze: è stato affrontato anche l’aspetto delle dipendenze (droga e alcol) riferito ai giovani. Altra piaga che ha un numero sul Tribunale di Busto, ma significativo. «Personalmente firmo più di 300 notifiche di condanna al mese per reati legati agli stupefacenti. Questo fa capire la mole del lavoro di contrasto. Anche se tra le forze dell’ordine (carabinieri e polizia) “manca” quello della polizia locale per un motivo molto semplice: gli agenti comunali non svolgono turni serali, altrimenti questi numeri esploderebbero».
Analisi, quella di Belvisi, condivisa anche dal procuratore di Varese Gustapane, il quale ha evidenziato «la necessità di sviluppare sempre più attività coordinate. Io stesso ho replicato su Varese l’Osservatorio istituito a Busto». E ha sottolineato anche il delicato tallone d’Achille del numero ridotto di “forze”. A Varese ci sono 8 sostituti procuratori, che però scendono a 5 effettivi operativi e da settembre a 3. A Busto invece sono in 10 contro – ad esempio i 27 attivi nel Canton Ticino, territorio più piccolo rispetto al Sud della provincia dove, con Malpensa, si parla di un bacino da 27 milioni di persone che vivono e transitano).
La scuola: invertire la povertà educativa
Interessante anche il punto di vista di Cristina Zambon del settore Istruzione e formazione della Provincia di Varese. «Fino a pochi anni fa i giovani crescevano in una società che aveva valori di riferimento chiari, precisi e fermi. Oggi non è più così. E la domanda alla quale stiamo cercando di dare una risposta insieme a chi lavora nel mondo della scuola è “Quando perdiamo il contatto con i nostri ragazzi?”. Una risposta l’abbiamo data. “Li perdiamo quando un 2 in una verifica o in un’interrogazione diventa più importante dello studente che abbiamo davanti”. Quel voto negativo non deve inficiare il valore della persona e questo è un passo, tra i tanti da compiere, che occorre fare».
La luce in un quadro a tinte scure
I numeri e le esperienza messe a sistema nella mattinata preoccupano. La partecipazione numerosa all’incontro è forse la prima risposta da valorizzare. Nel senso che i problemi, oltre che tanti, sono complessi ma le istituzioni (tutti i livelli delle istituzioni) hanno dato vita a una rete che, nonostante le difficoltà, non si arrende. Ma soprattutto, e questa mattina è venuto fuori in maniera lampante, non smette di interrogarsi e di cercare soluzioni rispetto ai grandi cambiamenti sociali davanti ai quali nessuno, tra i presenti, si è sentito assolto.
