GALLARATE – «Mio padre, ciabattino di strada, lavorava così tanto perché aveva dei debiti e li ha pagati con il sudore. Voleva che non facessi lo stesso e quindi il lavoro in banca era quello giusto per me». In occasione della presentazione dell’autobiografia “25 minuti di felicità” al Maga di Gallarate Enzo Iacchetti ha ripercorso ieri, sabato 15 novembre, dialogando “tra il serio e il faceto” con Paolo “Turbopaolo” Sarmeghi – «lo so che sei influencer, mi sta già venendo da starnutire» – il difficile rapporto con il genitore e la lunga lotta per riuscire a diventare cabarettista. «L’ho sempre visto pagare ogni scadenza, credo di aver ereditato da lui l’onestà. Per lui tutto costava troppo, mi “appare” sempre. Son vestì come un barbùn: se vedo un giubbino di piuma d’oca mi appare nel negozio. Ma alla fine mi dice che sono stato un gravo artista e un brav’uomo».
La giornata di Duemilalibri che ha visto prima ospite Chiara Francini con il romanzo storico “Le querce non fanno limoni” si è aperta al mattino con l’“invasione” del Teatro Condominio da parte di innumerevoli fan per le”romance girls” Karim B e Hazel Riley. Come ha dichiarato l’assessore Claudia Mazzetti con Alessandro Barbaglia, curatore della rassegna, «in un momento in cui in Italia si legge sempre meno, Gallarate si dimostra in controtendenza con il passaggio, in questi giorni, di oltre quattromila persone: il titolo ricevuto dal Ministero di “città che legge” ci onora». Tra il pubblico presenti il sindaco Andrea Cassani e l’assessore Rocco Longobardi.

Capelli lunghi, senso di colpa e un appello commosso
«Quando sono nato sono stato rifiutato dai miei genitori – così l’esordio di Iacchetti – perché avevo i capelli molto lunghi: sembravo uno dei Cugini di Campagna, ma appena nato. Per una notte non mi hanno voluto bene e questa cosa ha influito sulla mia vita e sulla mia carriera». Sebbene in quell’occasione fu difeso dal padre, «è stato quello che dei due poi mi ha trattato peggio. Questo libro racchiude un’analisi personale: tutti abbiamo avuto uno sgarbo con i genitori, ma quando mio padre se n’è andato aveva cinquantasette anni e io ventidue, in tutto quel tempo gli avrò detto venticinque frasi in tutto. Dovevo lavorare in banca, non voleva che facessi questo mestiere: “È un mondo di prostitute, droga e raccomandazioni”. Poi in fondo non aveva tutti i torti, ma pensavo: “Ci sarà una terza via, c’è sempre. Lasciatemi provare”».
«Mi tarpava le ali già a nove anni – ha continuato lo storico volto di Striscia la Notizia – quando cantavo in chiesa ed ero una meraviglia, mica bau bau micio micio; suonavo qualsiasi cosa mi capitasse tra le mani. La maestra gli disse che avrei dovuto fare il conservatorio ma lui rispose “non può, è allergico al pomodoro” per far capire che era ignorante in modo tale che lei non venisse più a rompere i maroni. Ero enfant prodige, ora sono ancien prodige. Ho le stesse doti di quando avevo undici anni: ero bravo, adesso no». Iacchetti ha parlato di «un senso di colpa che mi è durato fino alla stampa di questo libro. Papà mi nascondeva le chitarre. A diciassette anni mi comprai una Cinquecento: “Adesso mi dici dove vai rubare”. “No, suono nei night”: dopo il militare gli feci il regalo di un diploma da ragioniere ma sono scappato con la chitarra».
Un appello commosso: «Per ogni padre che perde un figlio e per ogni figlio che perde un padre c’è sempre un grande rimorso. Dite ai vostri figli di parlare sempre con voi, condividete sempre, anche la disobbedienza, il giorno dopo basta una carezza. Io non le ho mai avute da mio padre».
Seneca, la stazione di Maccagno e Rocky
«Non racconto aneddoti, ma storie che dal Dopoguerra arrivano a oggi», ha precisato il comico riguardo al libro. «Mentre lo scrivevo già pensavo al titolo ma non mi veniva in mente niente. In questi casi bisogna prendersi una pausa e fare dell’altro. Così mi sono messo a leggere “La brevità della vita” di Seneca, in cui scrive che la vita è così corta che bisognerebbe rallentare i momenti felici, un bel concetto. Dice che siamo stati morti per mille anni e poi nati e poi morti per altri milioni di anni, questa nostra vita dura una mezz’ora. La sera dopo ho fatto una proporzione con la durata della vita media – ottantacinque anni – che sta a mezz’ora come la mia età – settandue anni – sta a x: è venuto fuori che avevo vissuto trentacinque minuti e me ne mancavano ancora cinque. Ora sembra che non abbia neanche il tempo di salutarvi ma mi sembrano undici anni».
Al centro di molti racconti Maccagno, dove Iacchetti, nato a Cremona, è arrivato cinquenne in «un’emigrazione di 190 chilometri, un viaggio di sette ore in camion» ed è tornato da poco a vivere. «A sei chilometri dalla Svizzera, in caso di guerra la bomba si fermerà proprio alla dogana. Ripartirà tutto dal Canton Ticino, so già in che bunker andare». Maccagno è il luogo del pescatore con un braccio solo, del macellaio che si è impiccato rasoterra e della stazione dove bisogna prendere tutti i treni: «Quando mi sono appassionato a questo mestiere non si poteva farlo lì o a Varese, come minimo dovevi andare a Milano».
Quindi il debutto nei night bersagliato da lanci di pezzi di pizza, il Derby, l’amicizia con i «miti» Jannacci e Gaber e l’arrivo a Striscia con la puntata più vista, quattordici milioni, che ha battuto Sanremo. In tutto questo, anche nelle tante “botte” prese, «ho sempre saputo quello che volevo fare e ci sono riuscito. Il mio film preferito non è uno di quelli del Neorealismo italiano ma il primo “Rocky”, in cui lui non vince. Prende un sacco di pugni ma riesce a rialzarsi al dieci. Non si può vincere sempre, ma si può sempre combattere. Infatti “Rocky 2”, dove vince, mi sta sulle balle».
L’unica possibilità di essere liberi
«Conoscere la storia è l’unica possibilità di essere liberi, perché liberati». Così Chiara Francini ha parlato con la professoressa Valentina Petri della gioia provata nello studio per ricostruire gli scenari descritti in “Le querce non fanno limoni”, suo ultimo romanzo, giunto all’ottava edizione, che dal ventennio fascista e la seconda guerra mondiale stende un filo che giunge agli anni Settanta.
«Bisogna avere consapevolezza – questo il monito dell’attrice e conduttrice – che il nostro presente è stato scritto dal nostro passato. Questo non ci dà la certezza che certi abomini non possano più essere perpetrati, ma almeno la possibilità che possa andare diversamente. Oggi farei imparare a memoria a tutti i giovani che vanno a scuola il discorso che Piero Calamandrei dedicò nel 1955 agli studenti di Milano, in cui disse che la libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, e che la Costituzione è un pezzo di carta fatto di sangue e dolore e invitando, per capirla, a a visitare i luoghi sui monti dove sono morti i partigiani».

Un atto di amore verso noi stessi
«Se si cammina come si cammina oggi è perché quelle donne ci hanno indicato la strada», ha sottolineato Francini riferendosi delle protagoniste del romanzo, in primis Delia, che gestisce il Cantuccio, «un inferno bonificato e la mia esatta idea di famiglia, dove le diversità non si correggono ma si accolgono» o le donne del Sud omaggiate con la lettura dei passi sulle gelsominaie e sulla questione meridionale, perché “siamo tutti, prima o poi, i meridionali di qualcuno”.
Restituire verità significa un atto di amore verso noi stessi: «La realtà è un fatto complesso. Nella ricostruzione delle reazioni nei confronti di chi emigrava dal Meridione sono andata a chiedere a quanti a Campi Bisenzio, paese dove sono nata, nel 1973 erano senzienti. Si trattava di discorsi razzisti ma semplificare la realtà è un rischio, semplificare male un pensiero è il modo più rapido per farlo morire. Soprattutto in un momento in cui manca un po’ uno spirito critico: il male di questo periodo è questa semplificazione autoritaria del pensiero. Ho cercato di restituire la verità ma, per esempio, penso che non possiamo sapere cosa significhi la guerra, anche ora che l’abbiamo così vicina. Forse la si può comprendere quando siamo malati».
La consapevolezza del dolore
La bellezza del romanzo storico è che «a fatti incontrovertibili perché storici puoi aggiungere una parte di finzione. Ho scoperto che quando Hitler e Mussolini vennero a Firenze a visitare la Galleria degli Uffizi fece loro da guida un giovane che si chiamava Ranuccio Bianchi Bandinelli. Ho messo in bocca a lui le domande che tutti avrebbero voglia di fare».
Il punto di partenza è la verità: «È un atto di riconoscenza e gratitudine che penso dovrebbe essere alla base di ogni essere umano. Ed è anche molto traumatico: la documentazione è stata stretta, accurata. Per me combattere significa che per agguantare quello che vuoi serve tanto sacrifico, e sudore. Sapere quali sono le nostre forme, i nostri colori e che il tragitto sarà fatto cadute, fallimenti e dolore. Il dolore è parte costitutiva della vita: come disse Natalia Ginzburg, tutte le donne, anche le più felici, prima o poi cadono in un pozzo. Ma questo pozzo deve essere fonte di conoscenza: al momento dell’ascesa si può vedere la realtà da una prospettiva che, altrimenti, mai avresti avuto nella vita. Questa consapevolezza del dolore è particolarmente presente nelle donne perché siamo abituate a sanguinare una volta al mese».
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