Duomo City, orgoglio e disdoro

milano orgoglio disdoro
Cartolina della "nuova" Milano

di Massimo Lodi

L’inchiesta giudiziaria su Milano è d’un amaro segno non solo per Milano. Finirà come finirà, l’ispezionare minuzioso della magistratura. Fiat lex. Intanto ha preso avvio una crisi sistemica che coinvolge ben oltre la metropoli/megalopoli: le frange di periferia, il ruolo nazionale di Duomo City, la sua postura internazionale. Perché il graffio d’immagine -che crepa il profilo della seconda capitale d’Italia giusto nei mesi antecedenti le Olimpiadi invernali, inizio ’26 in duo con Cortina- s’allarga veloce e crea assordante eco.

Vien scalfita la credibilità di Milano, ma idem di Roma. Milano intesa come motore del Paese economico, Roma come macchina del Paese politico. Spieghiamo. Di mezzo c’è la parte che deve rispondere degli addebiti (Milano, il Pd, la sinistra), ma di mezzo c’è anche la partitura -leggasi notazione complessiva– d’un concerto italiano (eccoci a Roma) in cui i solisti territoriali son ben divisi, però la musica d’insieme ascoltata dalla platea straniera costituisce un mix sinfonico di facile equivoco/generalizzazione.

Ecco, al netto delle colpe che i giudici devono accertare, l’improvvisa macchia da cui veniamo tutti chiazzati: un temuto marchio d’estesa inattendibilità nella stagione meno propizia a esserne vittime. Se Milano perde il brand di polo europeo d’avanguardia dopo averlo con fatica congegnato, fatto circolare, imposto tra il meglio disponibile nella contemporaneità, ne deriva un rimbalzo negativo di conseguenze gravi, lunghe, forse esiziali per le città finitime a Milano, per l’Italia nella sua interezza.

Questo è il macigno che ci rovina addosso. L’imprevisto capace di terremotare assai più d’un pezzo di nazione. L’emergenza morale, e pratica, alla quale non si sfugge. Detto l’ovvio (chi ha violato la legge, sia punito), va ricordato il meno ovvio: scandali di questa natura suffragano, se confermati nella loro sostanza di reato, la tragica vulnerabilità d’architetture istituzionali a rischio di passare in un amen da orgoglio collettivo a disdoro pubblico. Vorremmo (1) che Milano dimostrasse l’infondatezza d’un tale rischio, riuscendo a difendere, aldilà di sé stessa, quanto le sta intorno, che nel modello ambrosiano ha individuato dinamismo d’attrazione e non concessioni speculative. Non vorremmo (2) che Milano ci avesse illuso, nella fenomenale galoppata da Expo in avanti, grazie a un flusso di capitali e investitori mai verificatosi in precedenza. Sarebbe altro e più d’una delusione local/global. Sarebbe un fallimento generale, non essendovi termine e concetto diverso a significare il vuoto di fiducia che si crea quando subentra il pieno di sconforto.

milano orgoglio disdoro – MALPENSA24

 

 

 

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