Ferruccio Zuccaro, il post-garibaldino centenario di Varese

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Ferruccio Zuccaro compie 100 anni: venerdì 12 verrà celebrato al Salone Estense con un convegno

di Massimo Lodi

VARESE – Nella galleria dei benemeriti varesini, Ferruccio Zuccaro figura di diritto. Non perché uomo di legge. Perché uomo di leggi. Le ha sempre osservate tutte, con esemplare puntiglio: la legge dell’etica, la legge dell’ascolto, la legge della convivenza civile, la legge dell’inclusione politica, la legge della prodigalità. E altre ancora. 

Viene festeggiato nella circostanza dei cent’anni (ricorrenza il 18 luglio, convegno celebrativo il 12 al Salone Estense), ma lo si dovrebbe onorare non avendo egli realmente alcuna età. Appartiene alla ridotta schiera delle persone senza tempo, al galantomismo che traversa le epoche, a un modo di pensare/di vivere al di fuori degli schemi abituali e dentro le eccezioni leggendarie.

Questo è Ferruccio. Il professionista rigoroso, la versatile personalità di cultura, il portatore d’uno stigma morale di cui Varese è stata spesso fatta segno. E ha apprezzato in silenzio, come nella sua schiva tradizione. Ammira, Varese, la gente semplice che sa risolvere problemi complessi. Rimanendo sotto traccia, come accadde negli anni Settanta per la nascita dell’Università.

A Zuccaro sarebbe piaciuto fare il giornalista. Si cimentò nell’apprendistato del mestiere quand’era giovane, poi il richiamo genitoriale lo persuase alla carriera forense. Ma quella passione rimase, tanto che uno dei suoi migliori amici divenne Mario Lodi, direttore per 24 anni della Prealpina. E tanto che, nominato assessore provinciale, istituì il premio Giovanni Bagaini, fondatore il 2 dicembre 1888 dello storico quotidiano locale.

Gli è sempre stata congeniale la vena ironica, espressa con battute d’una sagacia raffinata. Esponente di spicco del Partito liberale, visse una stagione dorata assieme a Piero Chiara, Edoardo Lanzavecchia, Mario Fiamberti, Bruno Lauzi, Bepi Bortoluzzi, Renzo Capanna, Mauro della Porta Raffo. Capitò in un’elezione che il Pli fosse, a sorpresa, arcipremiato dagli elettori. Gli ottimati si riunirono nella sede di via Bernascone chiedendosi, Ferruccio per primo: dove abbiamo sbagliato?

Questa divertita nonchalance è stata ed è ancora oggi la cifra distintiva di Zuccaro. Cito, a chiudere, un fatterello vissuto di persona. Nel 2016, alla vigilia delle comunali e saputo che lui era lo zio del candidato sindaco Davide Galimberti, gli chiesi cosa pensasse d’una scelta forse/chissà avventurosa. Replicò che in un luogo di tradizione garibaldina, solo gli avventurosi avevano mezzo d’ingaggiare battaglie vincenti. Varese era allora a un bivio: ancora sì oppure no al leghismo. E ci voleva -ecco lo scarto d’acume in un calembour– il Bixio di turno, sia pure nelle cortesi sembianze d’un post-cavouriano. Quale Zuccaro ha sempre considerato in cuor suo il nipote, intravedendovi lo spirito innovatore, la diplomazia mediatrice, l’eredità risorgimentale che rappresentano la costituzione non scritta e però praticata del liberalismo. Cioè quel manifesto invisibile/materiale che l’avvocato-anfitrione ha illustrato per anni e anni ai frequentatori dello studio di via Piave e della villa alla Prima Cappella. Bastava seguirne l’eloquio dettagliato per capire il quadro della situazione. Non a caso i pittori, oltre che i giornalisti, sono stati i suoi preferiti sodali di chiacchiere. Imparando molto, moltissimo, da un maestro. Ad maiora.

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