Le nuove indagini a diciotto anni dall’assassinio di Chiara Poggi a Garlasco evocano un altro terribile delitto, quello di Lidia Macchi, nel 1987 a Cittiglio. Un rimando indiretto sulle dichiarazioni della mamma della povera Lidia, Paola Bettoni: “Non voglio un colpevole, voglio il colpevole”.
Di colpevoli, per il caso Macchi, non ne sono ancora stati trovati, se non uno presunto, Stefano Binda, indagato, incarcerato, processato, condannato in primo grado all’ergastolo e assolto in appello e, poi in Cassazione, per non aver commesso il fatto. Per Chiara Poggi c’è invece una mano assassina, quella dell’ex fidanzato Alberto Stasi, condannato a sedici anni di carcere e quasi arrivato a fine pena. Un colpevole incontestabile, per il tribunale. Un colpevole ora presunto in funzione di quanto avviato dalla procura di Pavia, che ha riaperto il caso. E ha messo in discussione la formula “al di là di ogni ragionevole dubbio” come prescrive la legge.
Comunque vadano a finire le nuove indagini, tra Dna, interrogatori, perquisizioni e sospetti sul giro di amicizie del fratello della vittima, nessuno può esimersi dal pensare che allora, da quel lontano 2007 fino alla sentenza definitiva, qualcuno degli investigatori e dei magistrati, giudici compresi, abbia disatteso l’obbligo di scavare più a fondo sulla vicenda, cercando di chiudere il versante giudiziario con “un” colpevole. Le pressioni mediatiche e l’esigenza di rasserenare l’opinione pubblica possono aver condizionato l’intera macchina della giustizia che, operando con superficialità, è stata indotta all’errore.
Un timore, una percezione, una perplessità dalle quali è difficile astenersi alla luce di quanto sta succedendo a Garlasco e dintorni. Al momento non ci sono elementi per affermare da che parte stia la verità, ma qualcuno o ha sbagliato anni fa a condannare Stasi o qualcun altro sta sbagliando oggi con le nuove indagini. Ma una verità dovrà pur saltar fuori, anzi, non una verità, ma la verità che non sia soltanto processuale.
Perché situazioni come queste, al pari di altre che non rendono merito alle azioni degli inquirenti (le cronache ne sono piene), finiscono per delegittimare l’intero sistema giudiziario. Anche se è palese che qualcosa di inaspettato e di decisivo sia intercorso per convincere i pm di Pavia a ributtarsi su un caso vecchio di diciotto anni. Che cosa, non si sa, ma non possono essere soltanto sensazioni. L’auspicio è che trovino il bandolo della matassa: la certezza dei fatti, sia detto senza esitazioni, è l’obiettivo della giustizia. Anche quando un delitto è già stato risolto o, meglio, si crede che sia risolto. E agevoli la devastante supposizione che qualcuno sia in carcere da innocente e in giro ci sia invece un assassino.
Garlasco, nuove indagini sul delitto di Chiara Poggi: si cerca l’arma del delitto
