C’è chi spiega l’ampia curiosità collettiva per il delitto e le indagini di Garlasco come una tendenza culturale e antropologica, che sconfina nella morbosità. Analisi sociologiche motivate dall’interesse di massa per un fatto oggettivamente clamoroso, non foss’altro per le sue implicazioni giudiziarie a quasi vent’anni dall’omicidio della povera Chiara Poggi. Scontato che giornali e tv ci diano dentro raccontando di tutto e di più, il vero, il verosimile, l’impossibile. Aiutati in questa specie di ordalia giornalistica dalla stessa magistratura che indaga sulle presunte responsabilità di Andrea Sempio. Uno stillicidio di notizie che vengono fatte filtrare dopo un lungo periodo di massimo riserbo prima della chiusura delle indagini; notizie che ora alimentano le suggestioni popolari (e non solo) fino a una sorta di esasperazione che tramuta anche la sciura Maria in esperta scientifica, investigatrice, criminologa e, infine, giudice. Per dirla con De Andrè “siamo tutti coinvolti”.
A questo punto c’è però da chiedersi dove sia finita la necessaria continenza imposta dalla famosa “riforma Cartabia” che ha introdotto importanti e per molti aspetti inaccettabili restrizioni nella cronaca giudiziaria, limitando di molto l’accesso agli atti. Una sorta di “bavaglio” per la stampa con l’intento, asserisce la Cartabia, di proteggere la presunzione di innocenza degli indagati. Fatto salvo l’interesse pubblico della notizia. Prescrizione decisiva, quest’ultima, che però vale a intermittenza. Pensiamo a Sempio. Sulla sua situazione giudiziaria e personale sappiamo persino i particolari, che non dovremmo conoscere in virtù dei provvedimenti imposti dall’ex ministro della Giustizia Marta Cartabia. Al limite, esasperando i concetti di quella riforma, non dovremmo nemmeno essere informati del suo coinvolgimento nell’inchiesta.
Di più hanno fatto Enrico Costa e Carlo Nordio. La legge che porta il loro nome introduce il divieto di pubblicazione integrale o per estratto del testo delle ordinanze di custodia cautelare fino all’udienza preliminare. Inoltre, vieta la pubblicazione anche parziale del contenuto delle intercettazioni. Dobbiamo sottolineare che cosa è accaduto e cosa sta accadendo per Garlasco? I protagonisti sulla scena giudiziaria sono stati letteralmente messi alla gogna, riportando le loro dichiarazioni “a verbale”, affrancate dal contesto generale così da esporli ai più disparati commenti.
Ma si sa, in Italia le leggi si interpretano. E a volte si applicano con un rigore che può anche risultare incomprensibile. Ci basta un caso, oltre al fatto che le forze dell’ordine nemmeno forniscono informazioni sugli incidenti stradali, anche se con esiti mortali: succede che in un Comune del Gallaratese (Samarate) venga arrestato per una faccenda di droga un personaggio che ha avuto ruoli istituzionali e elettorali. Insomma, una persona conosciuta. Non ci è stato possibile pubblicare il nome perché nessuna autorità ce l’ha confermato: se l’avessimo fatto saremmo incappati in un possibile reato. Il ridicolo è che in quel Comune la cittadinanza è comunque a conoscenza di quanto è accaduto e di chi sia il signore finito nei guai: figurarsi l’impatto del tam tam popolare rispetto a certi divieti.
Ci domandiamo: chi decide se un fatto è di interesse pubblico, il procuratore della repubblica o il giornalista? D’accordo, un omicidio senza un assassino accertato (siamo così sicuri che Alberto Stasi sia il killer di Chiara?) fa più notizia di un qualunque personaggio messo in prigione per spaccio. E l’audience ha la sua importanza. Rimane però l’amarezza di una situazione che da un lato tutela la privacy e il garantismo, ma dall’altro, come a Garlasco, sbraca e trasforma un dramma in uno spettacolo noir. In spregio persino alla ragionevolezza.
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