BUSTO ARSIZIO – La mafia infiltrata a Busto Arsizio al centro di un reportage della trasmissione di Rai Tre “Lo Stato delle Cose” dedicata all’inchiesta Hydra sul “mostro mafioso” in Lombardia. E l’anchorman Massimo Giletti, da anni in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, accusa: «Il Comune di Busto Arsizio non si è mai costituito parte civile». Tra gli intervistati spunta anche l’ex assessore alla sicurezza Max Rogora, per la sua “ospitata” all’inaugurazione del bar “Fermata 36” di viale Boccaccio dei Nicastro, sotto processo nell’ambito dell’inchiesta antimafia.
I Nicastro e i bar
Busto Arsizio in prima serata a “Lo Stato delle Cose” con il servizio dell’inviato Alessio Lasta che prende spunto dalle carte dell’inchiesta Hydra, che settimana scorsa in Tribunale a Milano ha segnato un punto fondamentale nella lotta al “sistema mafioso lombardo” con le prime 52 condanne in rito abbreviato e i 45 rinvii a giudizio decisi dal Gup Emanuele Mancini. Nel servizio vengono ripercorse in particolare le vicende legate ai locali della città su cui la famiglia Nicastro, gelesi trapiantati a Busto Arsizio considerati legati al clan mafioso dei Rinzivillo, voleva mettere le mani. Il bar “Fermata 36” di viale Boccaccio acquisito per soli 10mila euro facendo pressione sulla precedente proprietà e chiuso per rissa la sera stessa dell’inaugurazione, le mire sul “Montecristo” di via Silvio Pellico e il pestaggio del titolare del discopub “Studio54” di via Bergamo Francesco Picone.
Rogora e il taglio del nastro
A proposito del “Fermata 36” l’inviato di Giletti è stato al mercato di Busto Arsizio a intervistare Max Rogora, allora assessore alla sicurezza e oggi consigliere comunale di Fratelli d’Italia, che era stato immortalato in occasione del taglio del nastro del bar, ormai quasi cinque anni fa. «Mi ha invitato un amico a bere qualcosa e sono andato, ma non sapevo chi erano» la risposta di Rogora al giornalista che lo incalzava. «Lei assessore non sapeva che c’era una famiglia di mafiosi che apre un bar e va lì e taglia il nastro?».
Le interviste
Tutte vicende già note alle cronache locali, su cui farà luce il processo scaturito dall’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia, coordinata dai Pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, sul “sistema mafioso lombardo”, l’alleanza criminale a tre teste tra ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra per spartirsi affari e controllo del territorio. Anche a Busto Arsizio, dove l’inviato Alessio Lasta ha intercettato gli indagati Dario Nicastro – che ha risposto «Noi no…» alla domanda se c’è la mafia a Busto Arsizio – e Rosario Bonvissuto, ma anche alcuni cittadini di origine gelese nelle piazze della città. «Ma che infiltrazione…», «Ma quale mafia…»: le reazioni alla stessa domanda. E c’è anche qualcuno che, rispetto al processo in corso, dice: «I magistrati si attaccano a degli infami». Tanto basta per arrivare a definire che «un consorzio delle mafie si è impossessato di uno dei tessuti industriali più sviluppati del Nord». E se anche è vero che la cosca della ‘ndrangheta di Legnano-Lonate è qui dietro l’angolo, l’immagine della città che viene restituita appare piuttosto forzata.
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