di Massimo Lodi
Giorgetti, un futuro al Quirinale? Possibile, secondo Paolo Mieli. Sul Corriere della Sera di oggi, 1 agosto, l’ex direttore e indiscusso maestro dell’informazione indica il totem leghista, secondo per importanza solo a Salvini ma primo per autorevolezza, come candidabile alla successione di Mattarella nel 2029. Lui, e non Meloni che le voci romane dicono vogliosa di compiere la Grande Scalata. Lui perché, se rivincesse nel ’27, il centrodestra non potrebbe privarsi della premier proprio in quanto premier. Motivo: lei ormai impersona/personifica Chigi, e se dismettesse il ruolo assumendone uno diverso e pur straordinario, la coalizione si sfarinerebbe. Assieme all’esecutivo. Dunque ciao sovranismo temperato che vuol affermarsi in Europa.
Dunque carta Giorgetti da calare. Davvero, semm sicür? Non pervenuto sulle sponde mediatiche un commento dell’algido ministro all’Economia, che fa della riservatezza la sua carta identitaria, il suo mantra, il suo codice, la sua cifra. Giorgetti esibisce lo stesso aplomb felpato dei democristiani d’epoca pentapartitica. Idem la stessa rigida cura del riserbo appartenente ai banchieri. E ancora gli stessi tic riluttanti a pubblicizzare i desiderata di sé medesimo che segnano la biografia di Mario Draghi. A proposito: Draghi di cui il bocconiano Giorgetti è seguace/amico; Draghi che volle lo smagato Giorgetti titolare dello Sviluppo economico al tempo del governo di semiunità nazionale; Draghi del quale un grato Giorgetti caldeggiò la salita al Colle dopo il Mattarella Uno.
Ma qual è il senso/lo scopo d’alimentare oggi indiscrezioni a proposito d’un domani così lontano, tanto più che Giorgetti, in virtù d’un profilo concavo-convesso, risulta favorito anche nella successione a Fontana al vertice della Regione Lombardia, anno 2028? Primo: per comunicare l’identikit del tipo di personalità che l’inner circle meloniano gradirebbe sullo scranno più prestigioso della Repubblica, se un bouquet di ragioni lo vietasse all’ex under dog. Secondo: per anticipare l’altolà allo speranzoso Tajani, chiarissimo pretendente alla carica, e ai potentati di riferimento del pianeta Forza Italia. Terzo: per creare imbarazzo a Salvini, messo nella condizione di applaudire in pubblico ciò che in privato eviterebbe, data la vivace dialettica spesso intercorsa tra il suo milanesismo arrembante e la quieta scaltrezza del laghée di Cazzago Brabbia.
Un dettaglio. E che dettaglio. Qui non si parla di mormorii a casaccio. Si riferisce d’una eventualità fondata, altrimenti la più prestigiosa firma del Corrierone non l’avrebbe raccolta e diffusa coram populo. Perciò vedremo se il Giorgetti vetero-federalista, il Giorgetti post-bossiano e post-maroniano, Il Giorgetti cripto-critico di Salvini (talvolta zero criptico), il Giorgetti convintamente liberal, il Giorgetti sostenitore dell’adesione dei conservatori al Ppe saprà giocarsi questa partita, quando sarà il momento e qualora gli diano i compagni di squadra (le alleanze politiche) per giocarla. Vecchio tifoso della Juve, non solo del Varese e del Southampton, sa come si sta in campo. Un atout non da poco nella serie A istituzionale dove abbonda il disorientamento tattico, se non la nebbia strategica.
