di Massimo Lodi
Giorgia on my mind, come suona -lievemente modificata: la prima “i” al posto dell’originaria “e” di Georgia- una celebre canzone di Ray Charles. Questo sarà il refrain dell’epocale festa, Bari venerdì 4 settembre, per il record di longevità del governo Meloni: 1413 giorni, e tanti saluti a ogni esecutivo della Repubblica. Giorgia on my mind, cioè: Giorgia, soprattutto Giorgia, è stata durante quattro anni in cima ai pensieri dei simpatizzanti di destra. Conduzione personalizzata, spirito identitario, voglia di rivincita fumantina/ripetuta. L’intendance, l’alleanza del napoleonismo gregario, ha seguito la presidente. Anzi, il presidente, insiste lei a definirsi. Eravamo piccoli, brutti, cattivi. Siamo diventati grandi, belli, buoni. Stavamo ai margini della corte di Chigi, adesso c’è la fila a farci la corte, fuori di Chigi.
Il significato sarà tale, nell’alzare i calici. Elenco tignoso di meriti, boatos curvaioli ai contendenti politici, rivendicazione d’un tesoro chiamato stabilità. E di tesoro effettivamente trattasi. Se duri, il tuo credito aumenta, qualunque moneta lo componga. E ne beneficia il sistema Paese. Però, guardando vi bene dentro, che tesoro è? Il diamante delle riforme costituzionali, premierato e autonomia differenziata, risulta introvabile. Idem lo zaffiro della riforma pensionistica. Idem inoltre il rubino di quella della giustizia, perdutosi sulla via del referendum. Idem ancora lo smeraldo della pressione fiscale ridotta, mai affiorato dalla polvere di chiacchiere. Idem infine la perla degli aumenti retributivi, rilucente solo d’una vecchia promessa. Tradita al modo delle sofferenze industriali, dell’affanno sociale, del trumpismo avanti-indré, corredato dallo scherno (ma quale Donna del ponte) manifestato dal tycoon-bullo Eccetera.
Si ribatte, e si ribatterà: abbiamo accresciuto controllo dell’immigrazione e sicurezza dei cittadini. Un’opinione, più che una realtà. Le cifre confliggono, sulle due materie. E tanto appare incerto il domani alla coalizione, in perdita di consenso un giorno dopo l’altro, che è scattata la gara col vannaccismo, micidiale insidia estremistica. Chiamando in soccorso una legge elettorale capace di sterilizzarlo, ma forse col solo risultato di potenziarne l’appeal. Il generale dice oggi quanto dicevano anni addietro Giorgia, i suoi colonnelli, cospicua parte dei sodali, Salvini il primo. This is the question, ecco la fregatura cui appare difficile porre rimedio, tra overcosto della benzina (e l’abolizione delle accise? Ah, già) e potere d’acquisto nebulizzato. Chi aveva poco nel 2022, ha pochissimo nel 2026.
Certo, il governo del record di permanenza conta su un vantaggio. Lo sfida l’opposizione del record d’inconsistenza. Salvo rare eccezioni, ha sempre marciato divisa anziché unita. Mostrandosi incapace di scegliere un leader, non ha definito il perimetro della sua intesa: campo largo, lo chiama. Campo imprecisato, raccontiamo il vero. Se ne ignorano i confini, Tizio lo indica più inclusivo verso l’area centrista, Caio più esclusivo nell’orientarsi a sinistra sinistra, Sempronio sceglie il silenzio di fronte a tanto parlare invano. Sicché il Giorgia on my mind finisce col prevalere, non avendo bene in mente (in their mind) gli aspiranti all’alternanza a quale personalità affidarsi. In fondo tagliano pure loro il traguardo della longevità repubblicana: non s’era mai vista una minoranza con così tanto tempo utile a organizzarsi e così zero realizzazione dell’obiettivo. E dunque, dai: uno sportivo cin cin a Giorgia che se la cava e se la canta.
