di Fabrizio Iseni*
Su questo giornale vale una regola che sta in una riga: il conto lo paghiamo noi. Gli inviti arrivano, ed è giusto che arrivino. Inaugurazioni, presentazioni, un tavolo conviviale dopo una conferenza stampa: nell’invito non c’è niente di losco, e chi lo rifiuta per principio fa il moralista, non il cronista. Il problema comincia un attimo dopo, quando il conto lo salda qualcun altro. La gratitudine è un sentimento rispettabile, e proprio per questo non va d’accordo con il mestiere del giornalista. Chi ha ricevuto qualcosa se lo ricorda, e non serve che gli venga chiesto niente in cambio: funziona da solo. La riconoscenza non domanda, suggerisce. Un giornalista che deve anche soltanto una cortesia scrive con una mano un po’ meno libera, e quasi sempre non se ne accorge.
Giorgio Bocca ha passato settant’anni a ripetere che il giornalismo italiano si ammala per contiguità più che per censura, e negli ultimi libri tornava sulla parola cortigiano con l’ostinazione del cuneese che era. «Preferiamo il potere alla libertà, il denaro all’onestà»: l’aveva scritta di un Paese, funziona anche per un mestiere. La raccolta uscita l’anno dopo la sua morte si intitola “Grazie no”. Due parole che a un certo punto vanno dette, senza spiegazioni e senza imbarazzo.
Primo Levi chiamò zona grigia lo spazio dai contorni incerti che «separa e congiunge» padroni e servi, popolato da chi collabora con il potere pur subendolo. Nella zona grigia non si entra con una decisione, ci si scivola per gradi, sostenuti da un preciso meccanismo spesso manipolatorio. Ogni gradino, preso da solo, sembra ragionevole. Un’informazione anticipata a chi di dovere. Una virgola tolta per non rovinare un rapporto. Un nome scritto per esteso e un altro per iniziali. Nessuno di questi passaggi somiglia a un tradimento. Il risultato, qualche anno dopo, è un cronista che non distingue più fra quello che pensa e quello che deve.
In provincia non esiste la distanza che protegge i colleghi romani. Il sindaco lo incontri alla pompa di benzina sul Sempione, il primario è il padre di un compagno di classe, l’assessore ti saluta al mercato del sabato e sa come si chiama tuo figlio. Nessuno chiede a un cronista di essere scortese: sarebbe stupido, oltre che inutile. Gli si chiede di tenere lo scontrino. Le regole di questa testata stanno in tre righe. Il caffè della conferenza stampa si beve. Il pranzo e la cena a inviti si pagano, altrimenti non ci si va. Regali e omaggi che superino la soglia del simbolico tornano al mittente, con una mail cortese di cui resti copia. Chi non si riconosce in questa deontologia viene allontanato. Con garbo, senza comunicati e senza processi in pubblico, ma allontanato: un giornale che tollera due o tre eccezioni non ha più regole, ha abitudini.
Gli scontrini li conserviamo. Sono documenti più affidabili di qualsiasi dichiarazione di indipendenza stampata in prima pagina, e costano molto meno di quello che si finisce per pagare quando il conto, quella sera, l’ha saldato qualcun altro.
*editore di Malpensa24
