Il 17 ottobre del 2024, in un bar di Milano, in viale Giovanni da Cermenate, i titolari cinesi del locale uccisero il rapinatore Eros Di Ronza. I due sono stati processati in primo grado lo scorso maggio e condannati a 17 anni di reclusione. Di Ronza, raccontano le cronache, con un complice che è riuscito a fuggire, aveva cercato di rubare dei gratta e vinci. Inseguito fuori dal bar dai due cinesi, spinto a terra e, senza che reagisse, venne colpito con una scarica di forbiciate, più di una quarantina. Fendenti al collo, all’addome, al torace.
In tribunale, a Shu Zou, considerato l’autore materiale dell’aggressione mortale, e a Liu Chongbing, i gestori del bar, i giudici hanno riconosciuto l’omicidio volontario, contestato dal pubblico ministero. Esclusa però l’aggravante della crudeltà, non sono state applicate loro le attenuanti generiche. Il motivo? “Sarebbe servito – è stato spiegato nel dispositivo della sentenza – qualcosa in più, cioè una condotta che dimostri una qualche forma di ripensamento delle proprie condotte”. A loro favore ha inciso l’attenuante della provocazione. Da segnalare che nella sua requisitoria, la pubblica accusa aveva ritenuto che Di Ronza non fu colpito per essere bloccato, ma “per principio”. In altri termini, gli imputati “volevano dargli una lezione”. I baristi avevano già subito altre due rapine nei mesi precedenti.
Questo l’episodio, che torna d’attualità in scia al caso di Mario Roggero, in carcere a Bollate per aver rincorso e ucciso due rapinatori e ferito un terzo che avevano preso di mira la sua gioielleria di Grinzane Cavour. La sentenza di condanna definitiva nei suoi confronti ha infiammato il dibattito politico e scatenato l’opinione pubblica. Fino alla richiesta di concedergli la grazia. Tutto noto, tutto oggetto di attenzione mediatica e politica: l’Italia s’è divisa in due, come spesso accade su avvenimenti di grande coinvolgimento emozionale che rischiano di essere motivo di strumentalizzazioni. Ciascuno ha una propria, persino rispettabile posizione circa il merito giudiziario e il comportamento del gioielliere piemontese; noi ci limitano a proporre un elemento di riflessione in più ricordando il precedente di Milano, le cui analogie con quanto accadde a Grinzane Cavour sono evidenti. Ma della condanna dei due cinesi nessuno ha mai fatto parola e mai s’è indignato.
Certo, si tratta di una sentenza di primo grado, però ha tutta l’aria di essere confermata fino alla Cassazione. Nel caso la misura in carcere diventasse definitiva ci si aspetterebbe uguale levate di scudi sul diritto alla più ampia legittima difesa, alla “giustizia fai da te”, alla reazione violenta e all’omicidio, affrancata da qualunque circostanza e criterio di legge, nel caso qualche malvivente violasse con intenzioni criminose la nostra, sacrosanta proprietà e attentasse alla sicurezza personale e dei nostri famigliari. Sarebbe tragico se usassimo il metro dei due pesi e delle due misure. Ma siamo pronti a scommettere come andrà a finire: i protagonisti del duplice omicidio milanese sono due stranieri e, soprattutto, potrebbe succedere che la campagna elettorale sia già stata archiviata. E a una certa politica non serva più alzare i toni, parlar d’altro e aizzare l’opinione pubblica.
PS – Leggiamo del presidio subito convocato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore contro la polizia di Stato per la morte di Abderrahim Fakir, deceduto domenica 19 al Pilastro durante le operazioni di arresto. Un fatto molto grave, del quale però non si conoscono ancora le reali cause. Per questo l’iniziativa del primo cittadino emiliano, esponente del Partito democratico, appare intempestiva e, appunto, strumentale. Ciò a dire che il populismo ha più matrici, è trasversale e scorre dappertutto nel nostro Paese.
giustizia gioielliere cinesi – MALPENSA24
