Gli 80 anni della Pallacanestro Varese, cuore e anima di una città

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La Pallacanestro Varese (Ignis) del primo scudetto nella stagione agonistica1960-1961

di Massimo Lodi

VARESE – 1 agosto, ottant’anni di Pallacanestro Varese. Cos’è stata, cos’è, la Pallacanestro Varese per i varesini? Alla rinfusa: una fede, una gioia di vivere, un’anima. Un’anima, ecco. Forse questa. Forse questo. Non c’è chi non ne abbia avvertito la presenza, dentro di sé, per quanto minima. Perché non c’è chi sia stato esentato dall’incontrare, in qualche modo, la storia/il fascino della Pallacanestro Varese. Di persona, o per persona interposta. Volutamente o casualmente. La Pallacanestro Varese è Varese. È varesinità. E ciascuno vi appartiene, mettendo nell’antologia personale brani importanti o meno importanti, e comunque brani, d’un racconto di cui è stato partecipe. Dunque Pallacanestro Varese uguale a sport-cultura-bene municipale identitari dei varesini. Lei è loro, loro sono lei.

Cito, absit presumptio, un modesto capitoletto esistenziale, che forse aiuta a rendere l’idea. Come aiuterebbero capitoli esistenziali assai più importanti. Nel ’56 la mia famiglia cambia casa. Traslochiamo in un palazzo di via Piave al numero 3, quarto piano. Al quinto s’accomodano i Garbosi, nellla targhetta d’ottone sulla porta compare il nome di Enrico. Ma in giro lo chiamano Rico, neo-allenatore della Pallacanestro Varese sponsorizzata Ignis dopo che ne è divenuto proprietario Sua Maestà Imprenditoriale Giovanni Borghi. Franco, primogenito di Rico, frequenta le elementari con me, scuola Mazzini, via Como. Siamo compagni di banco. E di giochi. E di passione cestistica. La domenica ci arrampichiamo sulle spalliere svedesi della Palestra dei pompieri, altrimenti detta Casa dello sport, viale 25 aprile, e giochiamo le partite dell’Ignis. Giochiamo, esatto. Nell’Ignis non giocano in dieci, cinque in campo e cinque in panchina pronti a rilevarli: giocano in mille e più, quanti ci stanno sulle tribune di legno/tubolari, e sopra una balconata che sovrasta il campo, e ai bordi del rettangolo di linoleum. Tifo attivo: battimani, urla, cori, canti. Invettive, anche. Coordina parole-musica-sberleffi la torcida dei Casbenatt, presieduta dai fratelli Pedetti. Il catasù è l’irrisione perfida che dileggia avversari ormai vinti: prendi, incarta e porta a casa. Nel ’60-’61 l’inno ufficiale della gradinata bosino-ultrà diventa I ragazzi del Pireo di Manos Hatzidakis, sirtaki reso celebre da Melina Merkouri: “Forza Varese, che vinci lo scudetto, l’abbiamo sempre detto, che sei uno squadron”.

Tutto vero. Lo squadrone, le vittorie (21 su 22 partite), lo scudetto. Nesti-regista dirige il vapore, Zorzi e Vianello mitragliano da fuori, Gavagnin e Gatti spazzano i tabelloni, Maggetti fa da imprendibile freccia: in contropiede non lo ferma nessuno. Garbosi è fuoco dentro e ghiaccio fuori. Un genio tecnico, un motivatore unico, un portatore di tradizione. C’era quando la Pallacanestro Varese nacque, nel cuore dell’estate ’45 per iniziativa di Brusa Pasqué, Marelli, Clerici. C’era l’anno dopo, quando vinse il campionato di B, c’era quando Borghi decise che bisognava spaccare l’asse Milano-Bologna, dar la paga a Simmenthal e Virtus, innalzare Varese dove meritava: in cima al podio. Garbosi studiava le mosse tattiche al Caffè Pini di piazza Monte Grappa, suo abituale rifugio, tra una partita di carte e l’altra. Tra una sigaretta e l’altra. Tra un moccolo veneziano e l’altro. Fu il nostro venerato doge.

Proseguo nel capitoletto. Anno ’62, mese di ottobre, il professor Nico Messina vien chiamato a realizzare una leva baskettara, novità assoluta nella città dove ìmpera lo straordinario vivaio della Robur et Fides del guru Gianni Asti. Ci presentiamo in centinaia, alla palestra della scuola Pascoli di viale Ippodromo. Scrematura, ulteriori selezioni, avvio del settore giovanile marchio Ignis. Vi approda anche Dino Meneghin, su segnalazione dei compagni della media Dante. Non sa far nulla, imparerà a far tutto meglio di tutti. L’anima cui accennavo, nella specifica vicenduola la mia anima, si forma e forgia. Tre anni con gli allievi, due con gli juniores. Intanto al primo scudetto dei titolarissimi che dominano la Prima serie (allora così chiamavasi la serie A) ne seguono altri. Ma ancor pochi, per il gusto trionfatore del Commenda. Che nel ‘68/’69 fa la rivoluzione, condotta da un formidabile general manager: Giancarlo Gualco. Nasce l’Ignis del mito, la Valanga Gialloblù o Gialla, secondo l’ispirazione verbo-cromatica dei cantori d’epoca. Ossola, Rusconi, Meneghin, Flaborea, Raga: che meraviglioso quintetto. Arriva uno scudettissimo, a ‘sto modo definibile perché da molti inatteso. Segue l’anno dopo la Coppa dei Campioni (Sarajevo, l’Armata rossa di Mosca ginocchioni) e da lì in avanti una fila di leggendari successi che fanno della Città Giardino la Città Cestino, suo simbolo il canestro. Il Canestro. Un simbolo maiuscolo.

Il mestiere di giornalista si sbizzarrisce: mi ordina la narrazione d’imprese di quello ch’era stato il mio allenatore. E del celeberrimo fra i compagni della squadra juniores. E di giocatori più amici con cui mettere a segno memorabili scherzi che atleti da giudicare sul campo. Mistero vuole che le parti/i ruoli riescano a rimanere separati e l’epopea dell’Ignis si volga nel romanzo popolare da diffondere senza strafalcioni etico-professionali, puntata dopo puntata. È un’opera monumentale che trova compimento nel ’99, quando finalmente spunta lo scudetto della Stella, il decimo e strameritato, Pozzecco lo stigma, Recalcati la mente. Titolo glorioso dovuto alla tenacia di Toto Bulgheroni, erede dirigenziale della dinastia Borghi e in precedenza playmaker nella seconda metà degli anni Sessanta, accanto ai fenomeni che stavano già vincendo e rivincendo il possibile/l’impossibile. Lui, Bulgheroni, è la pallacanestro. Qualche mese fa mi capitò di vederlo presenziare, Palasport di Masnago, alla mattinata d’un torneo fra le scuole. Seduto dietro un canestro, assorto, generoso a dare qualche incitamento, a concedere l’applauso, a collocare nella memoria un gesto tecnico. Questo vuol dire aver nell’anima la Pallacanestro Varese. Non solo esserne stato, ed esserne, l’anima. I ragazzi del Pireo sarebbero felici d’avere uno come Bulgheroni nella loro compagnia. E d’insignire Varese della cittadinanza onoraria d’un luogo indicato dalla mappa dello spirito come Grecità poetica: qui da noi, scordavo, la pallacanestro è specialmente poesia. Anche se siamo gente che non fa tanti versi.

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