Gli americani non conoscono l’Iran

guerra usa iran

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, non so cosa pensare di fronte all’ennesimo alterco tra il presidente americano che minaccia e il presidente dell’assemblea iraniana (sic) che provoca.  Allora Trump è per definizione brutto e cattivo ma dall’altra parte abbiamo una nazione governata (ancora?) dagli ayatollah che hanno messo nero su bianco, nella costituzione, la distruzione dello stato di Israele. Io non sarei molto tranquillo se possedessero l’arma nucleare. Ma andiamo con ordine.

Come sono finiti gli americani in questa guerra che Trump mai avrebbe immaginato di condurre solo poco tempo fa? Non dimentichiamoci l’anima isolazionista che è ben presente nei suoi sostenitori, nelle pieghe del MAGA ed anche fra i democratici. Forse non lo sa neppure lui. Non facciamoci incantare dalle sirene di coloro che fantasticano di un effetto trascinamento Netanyahu. Non è il tipo. É lui il protagonista della scena internazionale ed è evidente che voglia continuare a calcare il palcoscenico senza comprimari.

Questa guerra può essere spiegata soltanto sul piano umano. Trump è americano come sono americani gli uomini del suo entourage e negli USA c’è questo anelito recondito di “salvare l’umanità”, una forma di maieutica (il criterio della ricerca della verità) unilaterale con un pizzico di messianismo calvinista. Hanno assistito alle manifestazioni in Iran a gennaio, con migliaia di morti, con i pasdaran che sparavano ad altezza d’uomo ed hanno pensato che il regime che uccide fosse al collasso. Hanno pensato che “se noi lo decapitiamo insieme ad Israele, la popolazione si solleverà e creerà uno stato democratico magari occidentalista e filoamericano”. Nulla di più lontano dalla realtà. Gli americani non conoscono l’Iran.

Ancora oggi noi parliamo del De Bello Gallico. È un trattato ma non di grandissimo valore militare: Giulio Cesare non era Carl von Clausewitz (scrittore e teorico militare tedesco, maggior generale nell’esercito prussiano ai tempi di Napoleone). Ma è un’opera strepitosa e formidabile alla quale ancora oggi dispensiamo enormi elogi perché, come sostengono molti studiosi, la forza del De Bello Gallico è il suo catalogo antropologico. Cesare è di stanza nelle Gallie e studia il suo nemico e lo descrive con attenzione e guarda al costume e alla cultura; descrive tutte le tribù, quelle celtiche, quelle germaniche, e le osserva da vicino e dice queste si possono assimilare e queste no. È nota la sua passione per i druidi che “studiavano il cosmo”. La conoscenza del nemico ha consentito ai romani di vincere quelle guerre, perché le guerre si vincono o si perdono solo nella dimensione antropologica. Dario Fabbri, noto esperto di geopolitica e direttore del giornale Domino, afferma che “se non sai niente del tuo nemico è difficile che tu possa vincere”.

L’Iran è grande come Regno Unito, Francia, Spagna e Germania messi insieme. Ospita una delle più antiche grandi civiltà del mondo, con insediamenti storici e urbani risalenti al 7000 a.C.. Fino al 1935, l’Iran era conosciuto in Occidente come “Persia”. La metà della popolazione, circa il 55%, è appunto persiana e sono il ceppo dominante non di uno stato nazionale ma dell’impero (così si considerano). Il resto della popolazione sono etnie sottomesse ai persiani, i turchi che loro chiamano azeri, più o meno inseriti nelle stanze del potere, i curdi che vivono soltanto in tribù (che ragionano in senso aggregato e considerano noi occidentali delle bestie perché ragioniamo in modo individuale) e poi arabi, luri, turcomanni, beluci, turkmeni, georgiani, circassi ed altri. Quando si genera la possibilità di una rivoluzione in Iran i persiani si mettono sulla difensiva del tipo: “se qui crolla il regime (che molti persiani detestano ma non sappiamo se sono la maggioranza) le minoranze già citate quanta autonomia si prendono? Quale caos si genera?”

Il grande Churchill diceva che gli americani sbagliano tutto prima di fare la cosa giusta. Gli Usa fanno molti errori perché hanno molte alternative, perché sono molto potenti. Come diceva il saggio: è l’assenza di alternative che schiarisce la mente in modo meraviglioso. Israele conosce bene il nemico, l’Iran, gli americani no.

Lo stretto di Hormuz ha un enorme valore energetico ma gli americani non ne prendono nemmeno una goccia. Il 40% di tutti gli idrocarburi che passano di lì procede verso la Cina, più della metà verso l’Asia. Ma la chiusura dello stretto ha esaltato l’attenzione degli americani poiché l’importanza di questa vicenda più che energetica è marittima.

Torniamo un momento al De Bello Gallico. Nel 56 a.C. i Veneti (si chiamavano così) abitavano l’Armorica, corrispondente alle attuali Bretagna e Normandia; erano abili navigatori grazie alle loro possenti navi che solcavano i mari conosciuti ed erano i padroni assoluti delle rotte commerciali che garantivano floridi scambi di tutte le merci. Dall’alto della loro posizione egemonica nel commercio marittimo non potevano tollerare un’ingerenza romana. Cesare aveva intenzione di sbarcare in Britannia nella primavera del 56 a.C. e per questo aveva allestito una potente flotta nei cantieri alle foci della Loira. Appreso questo, nonostante la presenza di otto legioni romane con la cavalleria e i Galli alleati, i Veneti sentita minacciata la loro supremazia marittima e i loro traffici, hanno mosso guerra (che poi perderanno) al terribile nemico romano.

Affacciata su due oceani, la supremazia americana si fonda sul controllo dei mari. Nel 2025 il 93% delle merci su scala mondiale ha viaggiato per mare. L’importanza dei mari giace sugli stretti, sul passaggio obbligato da uno specchio all’altro. La U.S. Navy fa questo per mestiere, garantisce il passaggio degli stretti, così come faceva la marina britannica un secolo fa. I passaggi per mare, Gibilterra, Malacca, Suez, Panama, e molti altri sono tutti nella disponibilità della marina americana. Se gli iraniani occludono anche solo parzialmente il passaggio di uno stretto il problema non è più energetico ma strategico poiché scalfisce l’egemonia statunitense.

Cari amici vicini e lontani, come potete constatare le ragioni di questa guerra straordinaria possono essere due: la minaccia nucleare con la mancanza di conoscenza del nemico e poi la preoccupazione della perdita del controllo dei mari. Ciò è sufficiente per ragionare su questa faccenda bellica: io credo di sì.

guerra usa iran – MALPENSA24
Visited 196 times, 1 visit(s) today