Il bello del teatro tra telefonini e spettatori (a Varese) che russano

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“Non dobbiamo avere paura del nuovo” proclamava con accento napoletano un noto politico gallaratese in un video, diventato virale, per la “lezione” che impartiva sulla necessità di aprire i mercati con la Cina. La frase ci sovviene alla notizia che Silvio Orlando, il bravissimo attore che tutti conosciamo, ha interrotto il suo spettacolo teatrale a Bologna, per l’improvvisa e irriverente suoneria di un telefonino in platea. Proprio da qui ha preso spunto Massimo Gramellini per scrivere l’odierno (4 dicembre) Caffè sul Corriere della Sera. Gramellini non giustifica, ma argomenta l’episodio come fosse un segno dei tempi, del nuovo che avanza e del quale dobbiamo avere consapevolezza. Senza rassegnarci, e nemmeno, per tornare all’incipit, provarne paura. Insomma, occorre realismo.

L’argomento si presta a mille considerazioni, tra i sì, i no, i forse, i però. Siamo perennemente connessi e, se ci venisse a mancare la possibilità, sclereremmo tutti (o quasi) in meno di  un’ora. Così ci portiamo appresso il telefonino dappertutto, persino nei luoghi che per definizione, contesto e opportunità dovremmo rispettare, spegnendo l’apparecchio. Silvio Orlando ha giustamente parlato di una “battaglia di civiltà”, di come sia fastidioso vedere i volti delle persone in platea che si illuminano mentre consultano gli eventuali messaggi o, per abitudine e compulsiva curiosità, cercano l’ultima notizia del giorno. Ha ragione, per un attore serio e professionale è un’offesa, una mortificazione del proprio impegno accorgersi che giù, tra il pubblico, qualcuno bada ad altro e non al suo fervore recitativo.

C’è però da domandarsi se sia peggio controllare il cellulare, provocando fastidio ai vicini di poltrona e soprattutto a chi si trova sul palcoscenico, o invece essere distratti e clamorosamente disturbati da uno spettatore che dorme e, dormendo, russa. C’è ancora chi si ricorda di quando Salvo Randone, l’indimenticabile Innominato dei Promessi Sposi televisivi di Sandro Bolchi, interruppe un’intensa interpretazione di Pirandello all’Impero di Varese. Platea semivuota, buio in sala, Randone impegnato in un monologo. Finché si udì alto il suono rauco e duro emesso da un tizio poco interessato a quanto accadeva in scena. Randone si fermò per un momento, scosse la testa e continuò, cercando di sovrastare, alzando il tono di voce, il rumore che arrivava alle sue orecchie.

Il grande attore era già avanti con gli anni, era in ristrettezze economiche (lo sostenevano i contributi della legge Bacchelli), e al termine dello spettacolo, benché richiesto, evitò commenti sull’episodio. Un signore. Anzi, di più. Come Silvio Orlando, del resto. Tutti e due vittime di una cafonaggine che va ben oltre la mancanza di rispetto e di educazione. Ma se per Randone, nell’episodio di Varese, si colgono anche aspetti comici, il telefonino che squilla a Bologna ci racconta ben altro. E tutti sappiamo cosa. A proposito, proprio a Bologna, Orlando ha proposto un’opera del drammaturco castigliano Pablo Remòn, dal titolo significativo: “Ciarlatani”. Soltanto una coincidenza il pensiero rivolto alla nostra società piena di ciarlatani, portatori (in)sani di malacreanza?

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