Gazzetta dello Sport: “Altra disfatta storica, disastro epocale”. Corriere della Sera: “Apocalisse”. Corriere dello Sport: “Un altro fallimento”. Marca (Spagna): “Il più grande dramma del calcio mondiale”. A Bola (Portogallo): “Tragedia”. I siti dei grandi quotidiani si scatenano in titoli a effetto ma forse è L’Equipe che, con lucidità (o perfidia) piazza il più vero, realistico, preciso: “Ciao Italia”. Perché l’Italia di calcio che perde contro la Bosnia, 66a squadra nel ranking Fifa, lo spareggio e per la terza volta consecutiva non andrà al Mondiale in fondo non è neppure una grande sorpresa. E, cosa ancora più grave, molto probabilmente non porterà neppure a un profondo cambiamento del nostro “sistema calcio”.
A capo della Figc, dal 22 ottobre 2018, quindi al terzo mandato, c’è Gabriele Gravina. Al suo carico di fallimenti si aggiunge questo. Un dirigente, e prima ancora una persona con un po’ di etica, si sarebbe dimesso ieri sera. Del resto a Zenica tertium non datur, era il momento del dentro o fuori. Gravina è rimasto, come era facile prevedere, impassibile e spavaldo, incollato alla sua poltrona, avvolto nel suo mantello di potere. Così in conferenza stampa: “Ormai la richiesta di dimissioni è un esercizio a cui sono abituato. Per quanto riguarda la parte tecnica secondo me è da salvare al 100%, per quella politica toccherà al consiglio federale, che ho convocato per la prossima settimana, fare le giuste valutazioni”. Ma quali altre valutazioni ci sarebbero da fare? Di cosa si può discutere? Ci vorrebbe il conte Mascetti: “Terapia tapioco come se fosse antani anche per lei, soltanto in due, oppure in quattro…”
E se Gravina, nonostante tutto e tutte (le amicizie), non riuscisse a mantenere il cadreghino c’è da stare sicuri che al suo posto verrà nominato – e salterà fuori come il coniglio dal cilindro del prestigiatore – un altro uomo del sistema. Di aprire, anzi spalancare le finestre, e fare entrare nel nostro calcio aria fresca pare non se ne senta il bisogno. Nel caso, chissà se l’eterno Malagò che al momento è libero…
Ventura che a Milano perde con la Svezia è della gestione precedente, ma l’eliminazione a Palermo con Mancini in panca contro la Macedonia del Nord (marzo di quattro anni fa) di chi è? Gestione Gravina. Mancini, a dire il vero che aveva vinto l’Europeo in piena pandemia nel 2021. Poi è stato il turno come c.t. di Spalletti: male all’Europeo e peggio nelle qualificazioni mondiali. Gattuso, il 15 giugno scorso, è stato scelto al suo posto per cercare di mettere una pezza. Lacrime e sangue, anima e cuore, ma livello tecnico-tattico modesto. Non basta ringhiare. Ieri sera s’è presentato davanti alle telecamere con le lacrime agli occhi: “Questo Mondiale da giocare serviva per noi, per le famiglie (famiglie di chi?, ndr), per tutta l’Italia e per il nostro movimento. È per tutti una mazzata difficile da digerire. Io chiedo scusa perché non ce l’ho fatta a portare l’Italia al Mondiale. Ci vorrà del tempo per smaltire questa mazzata per me durissima. Il mio futuro? Parlare ora non è importante, però fa male, dispiace troppo”. Anche a lui sono mancate due parole, nove lettere: “Mi dimetto”.
Gattuso comunque alla guida di una squadra modesta, debole tecnicamente e caratterialmente. Però arrogante in alcuni suoi elementi. Dimarco, poche sere fa, che guida il balletto davanti alle tv dopo l’eliminazione del Galles. Era contento l’azzurro che la Bosnia, ritenuta evidentemente più scarsa, avesse vinto. Ma se prima balli perché trovi l’avversario “giusto” e poi giochi male e perdi, le cose vanno male male. Altro che prendersela perché quelle immagini festaiole non andavano trasmesse. Ripassa dal via.
E Bastoni? Aveva senso schierarlo nonostante sia nel periodo di gran lunga peggiore della sua carriera? Il difensore dopo la simulazione e la conseguente espulsione di Kalulu in Inter-Juventus non è stato criticato, è stato massacrato da radio, tv, stampa e social. È stata fatta contro di lui, che aveva sbagliato per carità, una campagna d’odio che ha incendiato i tifosi. Fischi a ogni partita per 90 minuti. Giocatore piegato, tramortito. Ieri, sul finire del primo tempo, quando tale Memic gli è sfuggito lui l’ha steso. Cartellino rosso. Inevitabile. In queste situazioni di grave difficoltà della squadra il capitano deve capire subito la situazione, dare l’esempio. Noi abbiamo Gigio Donnarumma. Cosa fa il portiere azzurro? Va a mettere la sua fronte su quella di Memic. A imporre la sua stazza fisica sul bosniaco “colpevole” di essere stato più bravo del compagno di squadra e conseguentemente falciato. Non è grinta, trance agonistica. È arroganza.
Già i bosniaci. Quale italiano appassionato di calcio avrebbe, fino a ieri, esultato se la sua squadra del cuore avesse ingaggiato Tabakovic, Tahirovic, Alajbegovic o Bajraktarevic? Forse nessuno, invece ieri sono stati decisivi. Hanno segnato i gol che li porteranno in America. Chissà se sentiremo ancora parlare di loro.
Tra le cause del decadimento del calcio azzurro – come se in Italia esistesse un settore economico o uno sport prospero, florido e in espansione (Sinner a Antonelli tanto per capirci sono due casi isolati, talenti nati casualmente in Italia così come per esempio Sagan è nato in Slovacchia) – molti indicano l’eccessivo impiego di calciatori stranieri. Detto che un limite non si può mettere, bisogna capire perché questo avviene. Costano meno? Non è detto, non sempre. Sono più bravi? Stessa risposta. Forse però in questi sempre più numerosi movimenti di calciatori stranieri è più facile che ci sia più gente si spartisce la torta. Poi l’interesse dell’allenatore è quello di schierare i migliori. Forse, perché le pressioni, e gli interessi che non hanno i colori di una bandiera ma quelli degli euro, sono enormi. Se invece fosse, come sostiene qualcuno, che ai tecnici italiani manca il coraggio di lanciare i giovani, basterebbe ingaggiare allenatori stranieri. Non è così semplice.
Certo, esiste anche un problema di settori giovanili. Quest’inverno ho parlato a lungo di calcio giovanile con una famiglia di amici italiana che si è trasferita a vivere in Spagna. Una famiglia tranquilla, molto legata al mondo dello sport, con un figlio di dodici anni che gioca a calcio. Il bimbetto, e questo lo confermano anche altre persone, ha grande talento. Gioca in una squadra minore e lo hanno già cercato i vivai dei migliori club della Liga. Lo hanno cercato anche tre grandi club di Serie A. Il padre però non ha dubbi: “Abbiamo parlato con tutti e valutato le offerte formative per il ragazzo, non quelle economiche che a questa età non ci interessano. Tra quello che si trova qui e quello che c’è in Italia non esiste paragone. La differenza per la crescita è abissale per come vengono seguiti i ragazzi sia in campo, che fuori. Qui non sei una scommessa, sei un progetto. Non solo, un progetto su misura. In Italia non si torna”.
