Il misterioso regalo dell’overdog

meloni parlamento governo
Giorgia Meloni

di Massimo Lodi

Non è mai troppo tardi? Eh, mica sempre. Meloni, finalmente apparsa alle Camere, va sull’ammorbidente. Certo, non si fa mancare la stilettata alle toghe, però smorza i toni apodittici/apocalittici degli ultimi tempi. Ha capito che tirano venti grami. Ovvero: esasperare la dialettica referendaria ha portato al contrario di ciò cui mirava: sta tediando anziché persuadendo. E allora prova a darsi un contegno dialogante con le opposizioni, tuttavia senz’annunciare drastiche svolte.

Esempi. Vogliamo dire che Trump ne infila una peggiore dell’altra? Non vogliamo dirlo. Vogliamo dire che l’affermazione Non siamo in guerra distorce la realtà, dato che nella guerra economica ci siamo dentro fino al collo? Non vogliamo dirlo. Vogliamo dire che si volta pagina sul riformismo, coinvolgendo tutti -amici e rivali- per poi trarne una pragmatica conclusione? Non vogliamo dirlo. Vogliamo dire che, ecco qua, scusateci se qualcosa d’erroneo c’è sfuggito, nelle ultime posture istituzionali? Non vogliamo dirlo. Vogliamo dire che, visti i fuochi da cui è preso il mondo, l’Italia dovrebbe ripararsi dietro un unico/condiviso scudo o rifugio o difesa? Non vogliamo dirlo. Vogliamo dire che l’unità nazionale è roba virtuosa invece che perniciosa? Non vogliamo dirlo.

Sono (sarebbero) ben diversi i discorsi della nazione. Da Nazione. Ma è utopia aspettarseli. La premier va al minimo. O al meno peggio. Testimonia: batte l’ora della responsabilità, rendiamocene conto. E dunque? Dunque abbiate fiducia nel vostro governo, e se potete dategli una mano. Ad ogni modo: il vostro governo, qualunque cosa succeda, non si dimetterà. Qualunque cosa, ovvero? Ovvero la sconfitta nel pronunciamento sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Hic manebimus optime, come esclama il centurione di Tito Livio durante l’occupazione romana ad opera dei Galli. Stiamo bene e staremo benissimo: parola di sovranismo schietto.

Parola sicura? Lecito il dubbio. Certo che (1) l’esecutivo ben si guarderà dallo sloggiare qualora i No superino i Sì. Certo che (2) sulla sua vita s’allungherebbero ombre a proposito di gradimento e durata. Certo che (3) la spinta a cambiare in fretta la legge elettorale e prepararsi a un anticipo sulle elezioni del ’27 s’avvertirebbe forte.

Forse il messaggio subliminale, da rappresentanti a rappresentati, da Palazzo a popolo, è semplice-semplicione: occhio che stavolta disertare le urne costerà caro, carissimo. Se ne avvantaggerebbe la sinistra, competitor capace d’arrecare maxi-guai a chi compisse l’azzardo di presceglierlo. Iniezione di paura per darsi coraggio? È un vecchio strillo, talvolta premiante e talvolta no. Chissà oggi fino a qual punto credibile, dopo aver trasformato l’opinione su un quesito settoriale, specifico, tecnico in un’ordalia con protagonista Chigi&Partners. Scelta avventurosa che si può capire fosse la preferita di Schlein, Conte e soci, alla strette nell’incalzare la presidente del Consiglio. Ma che si fatica a capire come possa essere la preferita dell’ex underdog, divenuta overdog. Tradotto: A person in advantageous position, dicono gli americani carissimi a Giorgia. Quella persona che, merito suo e demeriti altrui convergendo, sta un pezzo sopra tutti. Che stratega l’ha convinta a un simile regalo?

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