Il senso di Alex Schwazer per l’Epo

epo alex schwazer

La notizia pare surreale: Alex Schwazer positivo all’eritropoietina, più conosciuta come Epo. Roba da non credere, controlli persino che la data sia corretta, mica che per uno strano scherzo o un difetto informatico sia stato ripubblicato qualcosa di vecchio. Invece è la penosa verità: il marciatore altoatesino è stato beccato ancora. Positivo a un controllo antidoping ai campionati tedeschi di marcia su strada il 26 aprile a Francoforte. La sostanza vietata è stata rinvenuta sia nei campioni di urina sia in quelli di sangue e di conseguenza è stato sospeso in via cautelare dalla Nada, l’agenzia antidoping tedesca. 

E siccome sono in tanti a pensare che una seconda opportunità bisogna concederla a tutti è bene ricordare che questa è la terza volta che Schwazer viene trovato positivo. La prima volta il 6 agosto 2012, più meno quattro anni dopo l’oro di Pechino nella 50 km. Piange, frigna, spiega che l’epo l’ha comprata in Turchia dove in farmacia la vendono a 1.500 euro e che ovviamente la usava da pochissimo. Insomma, le sue vittorie erano comunque pulite. Poi in Turchia… dire che la vendono a una determinata cifra non ha senso. L’Epo non è un pezzo unico, un oggetto fisico. Quante fiale si comprano con 1.500 euro? Quante unità? Forse sofismi ma utili per capire il personaggio che tra l’altro, per convenienza economica e non per spirito di patria, all’epoca è pure carabiniere. Insomma, la sua morale dovrebbe essere ben diversa. Fatto sta che viene squalificato per 3 anni e 6 mesi mentre davanti alla Procura di Bolzano patteggia la pena di 8 mesi con una multa di 6.000 euro per frode sportiva. A febbraio 2015 il Tribunale Nazionale Antidoping del Coni gli aggiunge altri 3 mesi di squalifica perché il 30 luglio 2012 Alex “avrebbe eluso o si sarebbe rifiutato senza giustificato motivo di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici”. Nella triste storia viene coinvolta Carolina Kostner, campionessa di pattinaggio su ghiaccio e all’epoca sua fidanzata. Alex le avrebbe chiesto di negare la sua presenza in casa al momento del controllo. Sani principi di sport e di vita. Fatto sta che anche la Kostner viene squalificata per sedici mesi. 

Eppure l’altoatesino gode da sempre di buona, anzi ottima stampa pronta a genuflettersi. Prendete l’esempio di oggi. La sostanza trovata ai controlli diventa “tracce di sostanza sarebbero state trovate”. Forse il merito è del suo entourage. Fatto sta che già 10 anni fa per il ritorno all’attività si cerca il colpo mediatico. A Schwazer viene affiancato Sandro Donati, un tecnico noto più che altro per le sue battaglie contro il doping. Diventa, anzi sarebbe dovuto diventare, una specie di garanzia. Un marchio di qualità e sicurezza. Pare una genialata, la grande mossa, ma è una riedizione venuta male di quanto la Liquigas nel ciclismo fece già anni prima. Quando ingaggiò Ivan Basso reduce dalla squalifica la dirigenza gli affiancò Aldo Sassi, un grande tecnico e un feroce oppositore del doping. Il sodalizio funzionò alla perfezione tanto che Basso si reinventò una nuova carriera che culminò con la conquista del suo secondo Giro d’Italia. 

Ma torniamo a Schwazer  che, nonostante il tutore, nel 2016 viene ribeccato positivo. Stavolta è testosterone. Stavolta la squalifica è di 8 anni. Il Tas di Losanna respinge il ricorso mentre nel dicembre 2020 la Procura di Bolzano chiede l’archiviazione per “non avere commesso il fatto”. Viene ritenuta credibile la tesi difensiva secondo la quale i campioni di urina siano stati alterati. Insomma qualcuno avrebbe un interesse straordinario a gettare discredito sull’atleta  e sul suo allenatore. Mancano però il colpevole, i mandanti e il vero movente. Fatto sta che la Wada contesta le conclusioni processuali e il tribunale federale svizzero respinge il tentativo di Schwazer di partecipare ai Giochi di Tokyo. Sarà che tutti al mondo vivono per andare contro a Schwazer? 

La sua carriera però fa un’altra strana giravolta nel 2025 quando il marciatore decide di affidarsi, per gli allenamenti in vista del ritorno agonistico, a un ciclista: Domenico Pozzovivo. Lo scorso aprile, a 41 anni domina la nuova distanza della maratona di marcia a Francoforte, coprendo i 42,195 chilometri in 3h1’55”. Lì il controllo fatale. 

Bisognerebbe capire il perché, chi è davvero Alex Schwazer, quale è il suo mondo, se i demoni e i fantasmi della depressione che lo ha colpito in passato, hanno finito di tormentarlo. Un giorno lui parlando del suo doping, disse: “Ragionavo da tossico…”.  Ma ci si può liberare da una visione tossica, da una dipendenza, frequentando lo stesso mondo, lo stesso ambiente? 

Stavolta Schwazer annuncia di non avere intenzione di difendersi perché non ha più la forza (economica?) per farlo. La sua è però una resa apparente perché subito dopo rilancia: “Chiederemo le controanalisi soltanto se verrà analizzato anche un residuo di urina conservato separatamente. Ho sempre portato a ogni gara un contenitore acquistato da me nel quale conservavo un campione delle mie urine dopo la competizione. Per questo chiediamo che quello venga confrontato con quelli ufficiali. In quel campione non troverete Epo”.

Una manovra da disperato, folle e impraticabile. La provetta in questione è custodita, non si sa come né dove, da Sandro Donati che, nonostante non fosse più nello staff del marciatore lo ha accompagnato al fatidico controllo. Perché? In quale veste era lì? Provetta che gli sarebbe stata consegnata, e anche questo motivo è misterioso, dagli ispettori antidoping. Gli è invece stato negato un campione con il sangue dell’atleta. Una provetta di urina che però non ha nessun valore in quanto le controanalisi vengono sempre effettuate sul campione B (sulle provette A e B non c’è mai nome dell’atleta, ma un codice per renderle non indentificabili, ndr). Un campione C conservato dall’atleta, dalla sua squadra o dai suoi amici, logicamente non è previsto. Del resto ci si potrebbe scommettere che l’eventuale terza provetta sarebbe sempre “pulita”. Andatevi a rivedere cos’era e come si otteneva, nel ciclismo, quella che venne definita “pipì degli angeli”. 

Poi c’è il mondo dei social, quello dove comunicazione e informazione sono pianeti lontanissimi, quello dove – per sentirti vivo – devi essere contro a prescindere. Per qualcuno il triste caso del marciatore altoatesino è “colpa del sistema”, neanche fosse una lotta politica anni Settanta. Così come, per loro, vittima del sistema è stato Marco Pantani fermato al Giro 1999 dalla camorra per le scommesse. Eppure basterebbe andarsi a rivedere con attenzione le trasmissioni tv di quei giorni per capire cosa successe. Pantani ucciso nel residence di Rimini. Tesi finora mai dimostrate nonostante il lavoro di decine di Procure con inchieste varie. Ma “il sistema” al limite protegge, nasconde, occulta. E su questo qualche dubbio in passato è stato più che legittimo. Però tanto c’è anche chi sostiene che la terra è piatta…

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