Integrazione sociale, radicalismo politico

modena integrazione radicalismo
Modena, con l'auto contro i passanti. Piantedosi: "Non è terrorismo"

di Massimo Lodi

Senso della misura, della storia, delle istituzioni, della nazione. Di questo dovrebb’essere ancor più fornito chi ha responsabilità massime in un Paese, se càpita che il Paese sprofondi al minimo. Il minimo, cioè la soglia del burrone, sulla quale frenare e oltre la quale non spingersi con le parole, perché alle parole potrebbero seguire i fatti. Fatti incontrollabili/pericolosi, e perfino una diabolica catena.

A Modena, luogo dell’orrore per mano d’un malato psichiatrico che cinque anni fa usò l’espressione “bastardi cristiani” poi scusandosi, Mattarella c’è andato con i passi della pìetas, della prudenza, della statualità. Idem Meloni, e così avrebbero dovuto comportarsi tutti (tutti) coloro che ci rappresentano. La classe politica. Quando succede un tot di tremendo, sanguinoso, efferato i nervi van tenuti saldi; lo sforzo è di testare ogni dettaglio informativo; e prima d’emettere giudizi, si riflette sulla portata che recano con sé. Viceversa, cogliere l’episodio di cronaca per volgerlo in tassello da mosaico propagandistico lascia spazio all’accusa di speculazione. Speculazione: il peggior servizio da rendere alla Repubblica. A questa Repubblica. Alla Repubblica con le regole di civiltà, democrazia, rispetto, lungimiranza che abbiamo ricevuto in fortunata sorte.

Mentre il quadro relativo a Salim El Koudri andava componendosi, e peraltro il ministro degl’Interni Piantedosi escludeva che si fosse in presenza d’un attentato di matrice terroristica, Salvini interveniva netto/rapido. “L’integrazione non funziona”. Ancora: “Togliere i permessi di soggiorno a chi delinque”. E poi: “Revocare la cittadinanza ai non meritevoli”. Innescando il cortocircuito governativo: taciturna la premier, pronto Tajani a ricordargli che il protagonista dell’investimento folle era un italiano sia pure di origini marocchine, cauto il resto dell’alleanza. Solo Vannacci in linea con Salvini, e figuriamoci, nella consueta corsa a superarsi a destra: “Se importiamo il Terzo mondo, diventiamo Terzo mondo”.

Dunque remigrazione. Dunque nazionalismo à la carte. Vale quando il colpevole d’un reato o ha passaporto estero o ce l’ha italiano ma con genitorialità non italiana. Non vale in condizione opposta, per esempio nel caso dei giustizieri etnici di Taranto dove un poveraccio a nome Bakari Sako è stato ucciso senza motivo. Allora regna il silenzio. L’ipocrisia. L’indifferenza.

Piegare gli accidenti della quotidianità a quell’accidente d’interesse elettorale delude. Significa, nella migliore delle ipotesi, accorgersi d’un problema solo quando assume profili drammatici. Significa, nella peggiore, crearlo sulla scorta della reazione emotiva dei cittadini in un frangente che scatena la paura/l’irrazionale. Il compito che abbiamo affidato ai politici non è di denunciare fenomeni che si denunziano da sé, bensì d’individuarli, prevenirli, controllarli: quali le cause, quali i rimedi. Senza dimenticare che l’integrazione si declina in vari modi: tra stranieri e italiani, tra poveri e ricchi, tra quanti riescono a trovar accoglienza nella società e quanti no, tra fortunati e meno.  Ecco, la radicalità che non riusciamo a vincere. Che, privilegiando i comizi alle soluzioni, la nostra classe politica non riesce a vincere. In primis la classe politica al governo da anni.

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