Io (non) pago le tasse

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Il dato dovrebbe allertare, se non altri, la politica: quasi la metà degli italiani vive con soli 10 mila euro lordi all’anno. Lo si deduce dalla dodicesima edizione dell’Osservatorio sulle entrate fiscali, diffuso dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che ha presentato le sue analisi alla Camera dei Deputati. Per dirla in un altro modo, siamo un Paese che, prestando attenzione a questi numeri, dovrebbe far la fame.

Su oltre 42 milioni di dichiaranti, il 76, 8 per cento dell’intera Irpef è pagata da poco meno di 12 milioni di contribuenti, mentre i restanti 31 ne pagano solo il 23,13 per cento. Il 43 per cento degli italiani proprio non paga l’Irpef, il 12 per cento ne versa 26 euro all’anno, chi guadagna più di 60 mila euro all’anno paga per due. A coprire la stragrande maggioranza delle tasse sono all’incirca 7 milioni di italiani con redditi superiori ai 35 mila euro. Di più: coloro che versano almeno un euro di Irpef sono 33,5 milioni, cioè il 57 per cento della popolazione generale. Il 43 per cento dei quasi 59 milioni di italiani non ha redditi o non li dichiara.

Se entrassimo nel dettaglio delle rilevazioni dell’Osservatorio completeremmo una fotografia piuttosto sconcertante rispetto al pagamento delle tasse, in capo per larga parte al cosiddetto ceto medio, il più tartassato di tutti, che sostiene il peso del welfare e del funzionamento dello Stato anche per quella ampia parte della collettività che sfugge ai doveri dei cittadini/contribuenti. Un tema, questo delle tasse, che dovrebbe essere tra le priorità del governo e della politica più in generale. Non bisogna essere degli esperti, commercialisti, tributaristi e quant’altri compongono lo specifico settore professionale, per comprendere come l’evasione fiscale continui purtroppo ad essere molto diffusa. Poi si interviene con i concordati, le rottamazioni, i condoni e tutto quanto serve alla politica per eludere il vero problema e, con questi provvedimenti, raccattare consensi. Senza dimenticare che, in un simile contesto fiscale, trova legittimazione la pratica del lavoro nero.

Non abbiamo né gli strumenti né le conoscenze per avventurarci in considerazioni sulle motivazioni sociali di una simile situazione. Per altro reiterata negli anni, in un Paese dove, è vero, crescono le nuove povertà, alle quali si contrappone però un diffuso tenore di vita che non lascia supporre che si affronti la quotidianità e relativi consumi e abitudini sulla base dei 10 milioni di euro lordi all’anno ai quali accennavamo all’inizio. C’è qualcosa che non va, ovvio. Perché gli inquilini di Palazzo Chigi e dei Palazzi del potere romano, non ne parlano o ne parlano appena appena, quasi con fastidio? Certo, oggi fanno premio le questioni internazionali, su cui ci si scanna (verbalmente) senza remissione, temi gravosi quanto utili, ci verebbe da dire, per lasciare sullo sfondo quelli più concretamente italiani e degli italiani che votano. O, meglio, che non vanno più a votare. E magari si nascondono al fisco.

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