di Massimo Lodi
Meloni al seggio, sull’affluenza-record: “Una buona notizia”. Come no. Come No. Accortezza nada, dall’inizio alla fine. Referendum-giustizia trasformato, whatever it takes, nel verdetto su sé stessa. Bocciata. Bocciati i suoi partner. Bocciato il governo. Erroraccio, impostare così una riforma costituzionale. Gl’italiani l’han capito, mobilitandosi come da tempo non succedeva. Autogol da manuale, neppure il Niccolai del Cagliari di Gigi Riva ne realizzava di così perfetti. S’ignora quali siano stati i consiglieri della premier a indirizzarla sulla rovinosa strada. Certo andrebbero, loro Sì, cacciati subito. Per non dire di lei: quando t’impegni a tal punto e perdi clamorosamente, ne dovresti trarre l’ovvia conclusione.
Non la trarrà. Resta lì, Giorgia, coi suoi ministri. Ma Roma gode d’un diminuito (assai diminuito) sostegno dell’extra Roma, cioè degl’italiani, rispetto a tre anni e mezzo fa. L’ultima parte della legislatura sarà di difficile transito, una curva dopo l’altra. Un ostacolo dopo l’altro. Una buca dopo l’altra. Un distinguersi/sorpassarsi dopo l’altro. La maggioranza è meno solida di prima. Stop all’obbedienza cieca e forzata. Parliamone, diventerà il nuovo mantra su qualunque argomento. Se no, restituiamo la parola agli elettori. Correndo un rischione mica da ridere. E, al proposito: non varrebbe la pena d’anticipare il possibile ambaradan, chiudendo a fine ’26 ciò che andrebbe chiuso a ’27 inoltrato? Ci si pensa. Eccome, ci si pensa. Con riflessione a margine: la sinistra vincitrice è ancora priva d’una alleanza definita (centristi tutti dentro o qualcuno fuori?) e d’un candidato certo a Chigi. Vale/non vale la pena di sfruttare tali incertezze? Nelle more dell’attesa decisionale, qualcuno pagherà il conto della sconfittissima. Favoriti, nella sequenza: il Guardasigilli Nordio, il sottosegretario Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi. Ma è un conto piccolo. Il conto grande si chiama fallimento del conservatorismo liberale, sacrificato alla radicalità sovranista: sussiste il dubbio che sia possibile la retromarcia, vista la cifra di default toccata. Complice l’equivoco filotrumpismo talvolta esplicito, talvolta mascherato.
A sinistra è il successone di Schlein e Conte. Soprattutto di Schlein, cui è toccato di sovrintendere a un Pd diviso: due terzi a favore del No, un terzo a favore del Sì. L’area riformista ne esce sminuita, anzi sopraffatta, anzi irrisa. Colpevole di non aver capito che, divenuta la consultazione un pronunciamento su Meloni & friends, bisognava far massa. Fronte unito. Barricata difensiva a respingere un attacco portato ben oltre il busillis della separazione delle carriere. Sbaglio grave, cancellabile in un solo modo: raccogliendosi attorno alla segretaria e sostenendone bongré malgré la strategia, d’ora innanzi. Magari con l’aiuto di suggerimenti utili invece che con la zavorra d’inutili polemiche. È il dialogo responsabile e costruttivo di cui parla Zuppi, cardinale-capo della Cei, rivolgendosi all’intero arco politico. Ma tanto più il monito sembra funzionale all’interno d’un partito capace di sventare la modifica costituzionale ch’era prodomo di preoccupante seguito autoreferenziale, se non autoritario.
Necessiterà di primarie, la sinistra, per scegliere lo sfidante di Meloni nelle politiche a venire? Non ne necessiterebbe, se usasse il metodo della destra: viene indicato il leader del partito maggiore nella coalizione. Ma rifiutandole, correrebbe l’àlea di restringere il campo largo prima ancora che prenda forma. Fa bene Schlein a dire ok, son qui, misuriamoci. Pur avendo dato prova di meritare il ruolo: ha infatti vinto due volte la battaglia referendaria, respingendo il fuoco nemico e annullando il fuoco amico. Scuse, meriti e onori dovuti. Scriveva Dante: seder ti puoi e puoi andar tra elli. Al traino di Elly, possono andare oggi, rimuovendo la fifa di ieri, i simpatizzanti di sinistra.
