La guerra in Iran: giusta o sbagliata?

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, il 4 luglio è davvero una data importante segnando il 250° della nascita degli Stati Uniti d’America. Gli USA celebrano e ricordano questo straordinario avvenimento in modo degno e stupefacente. Nello stesso giorno, in modo chiaramente molto provocatorio (non vedo altra considerazione) la Repubblica Islamica mette in scena il funerale dei funerali, quello della guida suprema Alì Khamenei. L’ayatollah è morto il 28 febbraio, il primo giorno dell’attacco israelo-americano su Teheran ma il funerale non è mai stato celebrato. Diciamo che è rimasto “in attesa”. Adesso è venuto il momento ma non è un caso o una coincidenza, è una vendetta come dice bene l’ottima Greta Privitera sul Corriere della Sera del 30 giugno.

Le cerimonie dureranno fine al 9 luglio. Il corteo funebre nella capitale, le cerimonie nella città santa sciita di Qom, le processioni nei luoghi sacri e la sepoltura giovedì a Mashhad nel mausoleo dell’Iman Reza, la città natale di Khamenei. La finalità evidente è di dimostrare che l’Iran ha vinto nonostante la superiorità militare del satana americano ed è ancora in grado di mobilitare la folla. Dopo la firma del memorandum a Islamabad i falchi hanno accusato Araghchi, ministro degli Esteri e Ghalibaf, presidente del Parlamento, di essere stati troppo condiscendenti con gli americani.  L’Iran continua a considerare l’America l’avversario numero uno e se fossi Trump non sarei molto tranquillo. I problemi di Hormuz e del nucleare non sono stati risolti. Infine è nota la scarsa affidabilità degli iraniani verso intese, accordi e convenzioni.

Credo davvero che la situazione nel Medioriente sia entrata in una crisi ancora più difficile rispetto alle condizioni di inizio guerra. Dagli ambienti neocon del partito repubblicano trapelano forti critiche al Memorandum in 14 punti che Vance ed i mediatori di Trump stanno trattando con l’Iran. Oren Cass, una voce realista del mondo maga, critica il modello di questa guerra all’Iran e, di fronte al possibile fallimento, critica coloro che chiedono la prosecuzione delle ostilità per affermare la potenza americana.

Nessuno può dubitare sulla capacità degli USA di colpire militarmente, di bombardare, di colpire e distruggere navi e aeroporti ed altre infrastrutture militari: l’operazione in Venezuela lo ha dimostrato chiaramente. Ma l’Iran è un’altra cosa. E quando ha reagito e colpito la basi USA nel golfo e i suoi vicini sunniti la sorpresa è stata notevole. Prima dell’attacco americano il paese persiano non aveva mai dimostrato la volontà di entrare in questo modello di guerra aperta. Prima si trattava di uno stato terrorista che sosteneva i vari proxy (Hamas, Hezbollah, Houti) per un lavoro bellico per procura, mentre ora si è annunciato in prima persona.

Ho già scritto che gli USA non conoscevano il nemico, ma evidentemente non hanno calcolato nemmeno i costi economici, energetici, politici e un possibile allargamento regionale della guerra che avevano in animo di combattere. La strategia “in primis” dovrebbe comprendere la possibilità che il nemico faccia ciò che noi vorremmo evitare. Invece non è andata così. L’Iran ha subito certamente gravissimi danni ma non sono stati tali da impedirgli di rispondere con forza (per quanto possibile) all’attacco israelo-americano. Di più. Ai vertici della nazione i militari dei pasdaran più radicali hanno sostituito gli ayatollah e non mi pare che questo sia foriero di maggior cautela nella gestione dei negoziati né dei rapporti internazionali. Perché ora non è l’Iran che vuole la pace ma è l’America che non vuole proseguire la guerra. Se la guerra è un altro modo di condurre la politica mi pare proprio che questa politica abbia fallito.

Questo fino ad un certo punto poiché ora possiamo fare altre considerazioni. Anche la destra del movimento Maga, che ha criticato il presidente per aver voluto intervenire in Medioriente con le armi, riconosce però a Trump il merito di volersi fermare anche quando ciò appare una scelta ingrata e difficile. Anche per uscire da una guerra sbagliata occorre coraggio. La conclusione di Oren Cass: se l’America è condannata ad avere leader così imprudenti da iniziare guerre sbagliate, speriamo che siano almeno abbastanza saggi da saperle finire. Infatti le guerre si vincono se gli obiettivi politici vengono raggiunti e non mi pare proprio questo il caso. Hormuz è ancora in crisi e gli iraniani ora ne rivendicano la proprietà e vogliono introdurre una sorta di “pedaggio” insieme all’Oman, giusto per confondere le idee.

Possiamo solo considerare che il progetto di Khamenei che mirava ad una architettura regionale fondata sui movimenti armati in grado di influenzare l’intera area del golfo e condizionarne le scelte politiche e strategiche è fallito. Il 7 ottobre 2023, l’attacco di Hamas contro Israele poteva rallentare o interrompere gli accordi di Abramo e gli Stati Uniti potevano reagire con moderazione e senza un intervento così deciso e travolgente. Non è andata così. Gli accordi di Abramo sono rimasti intatti, anzi diversi governi arabi hanno rafforzato la cooperazione con Israele; gli Usa hanno dimostrato di poter usare la forza, seppure in modo intenso e disordinato e senza una chiara strategia, e la morte del leader Khamenei segna la fine del progetto egemonico iraniano.

Cari amici vicini e lontani, l’Iran ha perso la forza propulsiva che aveva dimostrato in passato, il suo programma nucleare è stato fermato o almeno rallentato, molti stati arabi hanno preso le distanze dall’islam politico-rivoluzionario, Israele ha manifestato una superiorità militare indiscutibile ed anche una stabilità politica davvero notevole e non prevedibile in una democrazia, gli USA hanno manifestato tutta la forza di grande potenza. Dopo tutte queste considerazioni sulla guerra all’Iran possiamo affermare di essere abbastanza tranquilli? No, io credo di no. La storia non si ferma mai e inevitabilmente dobbiamo aspettare il prossimo capitolo.

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