La Repubblica e il suo amato monarca

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Sergio Mattarella, la Costituzione e gli 80 anni della Repubblica Italiana

di Massimo Lodi

La sovranità della Repubblica, che compie ottant’anni, è personificata da lui. Lui. Sergio Mattarella. Presidente di ligia osservazione costituzionale e idem di fascinante carisma pop. Gl’Italiani, che spesso amano più sé medesimi dell’Italia, l’identificano come se fosse un monarca. Scelto da loro e non dalla dinastia. Un meraviglioso paradosso.

Nel 2022 Mattarella doveva e voleva lasciare, dopo il primo settennato. L’incapacità dei partiti a individuarne il successore l’obbligò a rimanere. Per una volta: benedetta l’incapacità dei partiti. Tuttavia capaci, nel 2015, di scegliere l’uomo giusto al posto giusto. Merito di Renzi che impose al Colle quel democristiano liberal-riformista al prezzo di rompere il Patto del Nazareno con Berlusconi. Mal gliene incolse: Silvio affossò, dopo averla votata, la riforma della nostra Magna Carta (si sarebbe abolito il Senato) e talquale la riforma della legge elettorale (era in programma l’Italicum, semplificatore del voto grazie al maggioritario). Ma ben ne incolse a todos nos: il moderato di ferro dell’ex sinistra Dc si sarebbe rivelato decisivo a custodire, proteggere, nobilitare il Paese uscito a pezzi dalla Prima Repubblica, rialzatosi nella Seconda, determinato a puntare sulla Terza.

La Repubblica, dunque. Un colpo di spugna sui nefasti del regno savoiardo: complicità da brividi col fascismo, stolida guerra di dominio, tradimento di un esercito, eccetera. Actus caritatis suggerisce di finirla qui. Aggiungendo il poco-molto assai conosciuto/sperimentato. La Repubblica significò libertà, giustizia, eguaglianza e tutto il resto di democratico acquisito nel ’46, perfezionato nel ’48, preservatosi in seguito pur fra scempi d’ogni tipo: terrorismo, criminalerie, corruzione et ultra di livido. Il tessuto sociale ha resistito, qualche leader politico s’è rivelato all’altezza, la figura del capo dello Stato ha via via conquistato prestigio superiore all’incisività del ruolo. Ai populismi di Pertini e Cossiga, peraltro giustificati da particolari frangenti storici, sono seguite tre figure di speciale/emozionante impatto pubblico: Ciampi, Napolitano e Mattarella. Ciampi fiera sentinella dell’italianità, Napolitano convinto tutor del prezioso tesoro civile, Mattarella l’italianità in persona: il cattolico maestro di governance laica. Tre patrioti, un patriottismo. Il patriottismo vero, macro-valoriale, portatore del sentimento d’ogni ceto della società, radicato nell’individualismo genetico/atavico di tutti i connazionali, nessuno escluso. E restituito alla dimensione collettiva. All’unitarietà.

Nel solco di Ciampi e Napolitano, Mattarella ha incarnato il quantum di positivo esprime la nazione, moltitudinaria assemblea che spartisce ogni dettaglio etico/culturale di sé. A ingigantire il profilo del pluripresidente ci han messo del loro altre figure istituzionali, non rivelatesi al top delle attese; ci ha messo del suo egli ipse, rafforzando quasi di default la propulsione affettiva, ovvero di cittadino predestinato all’immedesimazione nell’universo dei cittadini. E dunque, quasi a sua insaputa, è divenuto qualcosa di più, qualcosissima, della figura di semplice notaio che a lungo si è voluto attribuire all’inquilino del Quirinale. Sminuendone (memorabile scioccheria) la funzione.

Oggi il Quirinale è percepito qual casa degl’Italiani. Ciò che rappresenta un tonificante spirito armonico/omogeneo nel mezzo di continue, stremanti, inutili, dannose divisioni. Se la Repubblica era ed è una, maxime lo si deve a uno (Uno) che se n’è insufflato lo spirito e sa diffonderlo. Tanto che, nell’accezione consuetudinaria, non sono i capisaldi dello Stato a venir intesi come rispettati/attuati da Mattarella; ma è l’ascendente (un misterioso karma? La mite, inconsapevole grandeur?) di Mattarella a venir inteso come l’influencer dei capisaldi dello Stato. Un’illusione talmente assurda da sembrare vera, come qualunque illusione degna d’essere chiamata così.

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