La salute del Papa

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Il Policlinico Gemelli di Roma, l'ospedale dei Papi

di Federico Bianchessi

Parlavo l’altro giorno con un amico intelligente e credente – l’ex sindaco di Varese ed ex europarlamentare Raimondo Fassa, politicamente scettico ma cattolicamente ortodosso – della ormai consolidata rivoluzione delle malattie dei Papi. Era durante la fase più acuta della sindrome polmonare di papa Francesco, ricoverato al Gemelli. Ora che la situazione è migliorata, sento di poterne fare più serenamente un argomento di questa Non-Opinione.

Una volta, ma non tanto una volta, e secondo il mio interlocutore “fino a san Giovanni Paolo II’, i pontefici godevano di buona o almeno discreta salute fino al momento fatale della morte, anzi dell’annuncio della morte. Che arrivava improvviso, quasi inaspettato alla maggioranza delle persone. Così avvenne per Pio XII, poi per papa Giovanni e più che mai a sorpresa – e avvolto da qualche mistero – fu il decesso di Giovanni Paolo I. Soltanto gli addetti ai lavori, i vaticanisti più esperti, potevano decifrare alcuni segnali indicativi della imminenza o prossimità della fine. Indizi dati, per lo più, dall’agitazione di qualche cardinale già alle prese con le mosse diplomatiche da conclave e con qualche ambizione di valere una fumata bianca.

.Ora, invece, le malattie e le sofferenze fisiche di Bergoglio, come del suo predecessore, benché dimissionario, sono divenute oggetto di quotidiani bollettini trasmessi in diretta televisiva da una sala di ospedale. Viene in qualche misura spettacolarizzata anche la malattia del Papa? Credo sia inevitabile, in una società dove tutto è o diventa spettacolo. E da qualche tempo diventa anche, purtroppo, disinformazione: non colpevoli, almeno per una volta, noi giornalisti, ma il sistema dei social, dove anche le condizioni di papa Francesco sono diventate oggetto di sciacallaggio a botte di fake news, mezzi titoli clamorosi, sospetti e illazioni scatenate in cerca di un clic o di un like: una ricerca commissionata da Arcadia e realizzata da Cyabra in collaborazione con Kite Group (l’ho trovata sul sito di Rai News) ha rilevato 4.598 post e commenti sul tema e il 41,6 per cento avevano un orientamento negativo, nel senso di considerare Sua Santità o già morto, o moribondo, o in condizioni comunque disperate. Soltanto il 15,8 per cento esprimeva un sentimento positivo sulla situazione. Gli altri erano neutrali, in attesa.

Già questo atteggiamento di speculazione mediatica fa sospettare come al di là del sacrosanto coinvolgimento emozionale dei fedeli e dell’umana condivisione di un patimento, si manifesti una forma di voyeurismo, quasi di curiosità morbosa. Come quella di chi frena per guardare la scena di un incidente stradale o organizzava giri in gommone al relitto della Costa Concordia. E certamente l’invasività delle telecamere e dei teleobiettivi in ogni momento della vita – e della morte – rappresenta un aspetto moralmente assai discutibile dei nostri tempi. Chi non ricorda le obbrobriose immagini del corpo del povero Aldo Moro sul tavolo dell’obitorio messe in vendita? E’ altresì vero che a questa invadenza massmediatica corrisponde ormai la altrettanto discutibile messa in scena del proprio ‘privato’, anche il più intimo, attraverso gli ‘social’. Se sui social si mente e si fa mercato delle menzogne, è perché sui social si nasce e soprattutto ci si ammala e si muore. On line, sotto gli occhi e i clic di tutti.

L’esibizione della sofferenza del Papa, tuttavia, riveste una dimensione differente e assume un valore speciale. Non necessariamente offensiva o fuori luogo. Anzi. A sdoganare il corpo del capo della Chiesa di Roma dalla segregazione dell’abito bianco è stato per primo proprio Karol Wojtyla. Da subito. Grazie alla relativamente giovane età in cui fu eletto e alla prestanza fisica, san Giovanni Paolo II si presentò al mondo come un autentico ‘atleta di Dio’. Nuotatore, sciatore, camminatore. C’era un precedente, a ben vedere: quello di un alpinista diventato papa. Era Achille Ratti, che per un trentennio scalò, con picozza e scarponi, numerose cime, dal Monte Rosa al Gran Paradiso, dal Monviso alla Marmolada. E anche alla cima del Vesuvio. Il Cai di Desio nominò il cardinale socio onorario. Ma di sacerdoti praticanti le montagne se ne contano molti, l’ascensione verso le cime rappresentando quasi una metafora dell’avvicinamento al Cielo.

Quando divenne Pio XI, nel 1922 anche Ratti si trovò ad affrontare ben altre insidie che non i crepacci e le rocce, e il Vaticano divenne la sua prigione fino alla morte – un attacco cardiaco che gli impedì di pronunciare un durissimo discorso contro le violazioni fasciste del Concordato e le persecuzioni razziali nella Germania nazista, circostanza che ha dato adito a infinite supposizioni. Ma soltanto Wojtyla ha saputo portare sulla ribalta universale – con qualche capacità attinta anche alla sua trascorsa esperienza di uomo di teatro: autore, regista e attore – il corpo del Papa, come espressione prima di potenza vitale del Bene, poi di rocciosa resistenza al Male.

Era una catechesi del corpo totalmente e pienamente cristiana, teologia di una dimensione della carne umana come casa dove non ha sdegnato di abitare Dio in persona. La solennità del Corpus Domini risale al 1200, ma la presenza fisica del Signore nella sua Chiesa è dogma e verità fin dalle origini. A differenza di Maometto, profeta che come tale compose il Corano sotto dettatura, come Giovanni scrisse sotto dettatura l’Apocalisse, Gesù non ha scritto nulla. Il Vangelo non è opera sua, ma di discepoli a distanza di decenni e anche di secoli dai fatti di cui parlano. Gesù ha parlato, ma più operato che parlato e infine ha affidato il suo messaggio non a un testo scritto, ma innanzitutto al Calvario, al Corpo sulla Croce, alle piaghe nelle quali l’incredulo Tommaso mette il dito.

Perciò il peccato, se è peccato, della curiosità mediatica verso le piaghe del Papa, rappresenta il paradosso di una più grande verità. Non che la sofferenza sia di per sé una virtù, non è vero, come veniva affermato, che le donne dovevano partorire nel dolore perché così ‘era scritto’, o che siano da condannare gli antidolorifici ai pazienti. Ma è vero che un Papa può trasmettere un insegnamento cristiano non solo attraverso una enciclica, ma anche con un bollettino sanitario. Una dottrina di fede, e una manifestazione di umanissima fiducia, in una scienza che non è nemica di Dio, e in un Dio che non demonizza la scienza.

bianchessi papa malattia – MALPENSA24

 

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