L’anatema di Bossi e la Lega che fu di lotta

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Matteo Salvini sembra dire: qui comando io!

A un congresso federale della Lega Nord, proprio a Varese, Umberto Bossi tuonò contro chi lo contestava, se non ricordiamo male il destinatario degli improperi era Domenico Comino. “Se qualcuno vuole andarsene – berciò il Capo dal palco – sappia che chi tradisce la Lega finisce nel vuoto politico”. Probabilmente l’eco di quell’anatema risuona ancora in chi oggi mette in discussione il successore di Bossi, quel Matteo Salvini che venerdì 7 agosto ha convocato in via Bellerio a Milano il direttivo del partito per affrontare e tacitare i malumori che emergono dai governatori e dai militanti delle regioni del Nord.

Sono in tanti che, da tempo, girano attorno alla cosiddetta questione settentrionale, che inzigano, si lamentano, aizzano ma non affondano il colpo. Memori forse di quanto profetizzava l’Umberto e del fatto che chi ha già deciso di mettersi a lato o fuori dal perimetro riconosciuto da Salvini è finito ai margini, se non addirittura nelle nebbie dell’inconsistenza politica. Nomi? L’ex ministro Castelli, l’ex parlamentare Grimoldi.

Attilio Fontana, che non ha mai nascosto il suo disagio verso il vero o presunto disinteresse romano per la “sua” Lombardia, ha addirittura diffuso (ma lui smentisce personali responsabilità e parla di errore) la bozza di un nuovo partito liberare e federalista in alternativa alla Lega. Benzina sul fuoco dei malumori. Lamentazioni a cui non si sottrae per esempio Massimiliano Romeo, segretario della Lega Lombarda, ma alle quali non ha mai fatto arrivare adesione pubblica Giancarlo Giorgetti, il numero due del partito, potente ministro dell’Economia: da lui i leghisti rimasti “duri e puri” si aspettano invano una chiara presa di posizione.

Certo, Fontana, Fedriga, Zaia e tutti gli altri che montano la panna, senza però la stoccata decisiva. Sussurri, tanti; grida, neanche una. Così Salvini ha avuto modo di rilanciare, come fosse un contentino, l’idea della “Lega di lotta” anche dentro il governo Meloni. Ricevendo altri  mugugni, privi però di reale efficacia. Gruppo nordista messo di fronte ai dati sugli investimenti di Roma per Lombardia, Veneto e Piemonte, ferrovie e strade per decine di milioni. “Altro che disinteresse” avrebbe detto con irritazione il segretario federale, mettendo all’angolo i suoi detrattori. Loro, i contestatori sotto traccia, accantonata l’idea di un nuovo soggetto politico, pare si vogliano rifugiare in una associazione con finalità culturali, per poi utilizzarla per veicolare la ribellione e le istanze ora chiuse in un cassetto. Qualcosa di già visto: il “Mondo al contrario” di Roberto Vannacci, ricordate?

Diciamo pure che nessuno, al momento, è della stessa pasta del generale, nessuno ha in mente plateali tradimenti o repentine scissioni. Però è in questo contesto che si va verso la tradizionale adunata sul pratone di Pontida, nella seconda metà di settembre. Quella l’occasione per ufficializzare il dissenso? Tutto è possibile, a patto che la sosta estiva sia sufficiente per ricaricare entusiasmi e desideri sinora sopiti, per ragionare su un percorso di rilancio della Lega, oggi in rincorsa, partendo da uno stracciato 5 per cento accreditato dai sondaggi, a Futuro nazionale e, dentro la coalizione, anche a Forza Italia. Non esattamente una posizione comoda per risalire la china elettorale, al netto di rapporti interni tutt’altro che idilliaci. Con l’aggravante che la riedizione in salsa salviniana della “Lega di lotta”, anzi, della “Lega che fu di lotta” rappresenta la malinconica conferma di una cifra che non c’è più. Forse neanche in chi sostiene che è ora di cambiare pelle e linea politica.

“Cancellato” il nome di Salvini anche dalla locandina che annuncia Pontida

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