di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, al momento la situazione internazionale mi sembra alquanto complicata certamente in Medioriente ma anche in Europa. Intorno alla guerra del Golfo c’è un continuo alternarsi di dichiarazioni intorno ad una possibile tregua che vengono presto smentite o dal governo degli USA o da quello dell’Iran. A questo riguardo sono in molti a chiedersi chi di fatto detiene l’autorità in Iran. Gli ayatollah sembrano un pochino in difficoltà nonostante i pizzini che vengono attribuiti all’autorità suprema, Mojtaba Khamenej che però non si vede, mentre i vertici delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran) sembrano condurre l’effettiva gestione politica e militare del paese e appaiono la parte più radicale del governo.
Sul versante americano la fretta di Trump di concludere il conflitto, ormai molto impopolare negli Stati Uniti, è ben comprensibile. Nonostante ciò, Trump deve stare molto attento a non tradurre la fine della guerra in una farsa. Due sono gli elementi essenziali per non sembrare perdente di fatto. Uno: l’effettiva rinuncia o un congelamento a lungo termine del piano militare iraniano un po’ più affidabile di quello concluso dall’amministrazione di Barak Obama nel 2015. Due: la riapertura dello stretto di Hormuz con un ritorno alla completa libertà di navigazione come prima della guerra. Qualsiasi pedaggio fors’anche condiviso con l’Oman darebbe un significativo vantaggio al regime iraniano, con la possibilità di avvalersi di un’importante fonte economica per un celere riarmo.
All’interno del primo punto sono da considerare i circa 460 Kg di uranio arricchito che devono avere un destino chiaro e certo, non potendo rimanere nelle mani iraniane. La bomba nucleare è uno degli scopi più rilevanti del conflitto non solo per gli americani, soprattutto per gli israeliani. Qualsiasi patteggiamento al ribasso su questo punto coprirebbe di ridicolo tutta la faccenda.
In Medioriente un buon accordo significherebbe non solo un indebolimento geopolitico del regime iraniano ma soprattutto una ritrovata tranquillità da parte delle monarchie del Golfo, la ripresa delle relazioni con Israele ed una possibile stabilizzazione della regione. Nel frattempo, aumentano gli investimenti per aggirare lo stretto di Hormuz con la costruzione di oleodotti che potrebbero passare attraverso la Siria, possibile e nuovo alleato USA, mentre Israele stabilisce accordi militari con gli Emirati.
Anche in Europa i tempi sono burrascosi. Molti si chiedono se l’incidente del drone penetrato nello spazio aereo della Romania, paese membro della NATO, non sia un tentativo russo di allargare il perimetro del conflitto. È ben chiaro che sul campo ormai siamo in una situazione di stallo nonostante le sanguinose perdite di vite umane da entrambe le parti. Le dichiarazioni dei due belligeranti si riferiscono alla conquista o alla perdita di poche centinaia di metri da parte dei due contendenti. La domanda che circola fra le cancellerie europee è questa: fino a che punto Vladimir Purtin è disposto a spingersi pur di uscire dall’impasse della guerra in Ucraina?
Ormai sembra che il conflitto russo-ucraino sia entrato in una fase militare che ricorda le guerre di logoramento del Novecento. Nessuna delle due parti sembra poter ottenere una svolta decisiva. La Russia continua a colpire le città ucraine con missili e droni con un’intensità tale da far pensare che il Cremlino voglia esercitare non solo una pressione psicologica sulla popolazione civile ma anche sui governi occidentali che sostengono Kiev. Nel contempo il linguaggio di Mosca è diventato più aggressivo nei confronti dei paesi europei. Sembra ragionevole che i paesi baltici inizino a temere un qualche coinvolgimento. La Lettonia è stata accusata di ospitare operatori di droni ucraini e, nonostante abbia decisamente smentito, il timore di un pretesto qualsiasi per legittimare un attacco magari limitato di Mosca è comprensibile.
Un’altra iniziativa considerata provocatoria è quella condotta dal ministero della difesa russo che ha divulgato gli indirizzi di aziende europee accusate di collaborare con l’industri militare ucraina. Il messaggio neanche tanto sommerso è che continuare ad aiutare Kiev potrebbe avere conseguenze. I recenti avvenimenti ci hanno spesso dimostrato come Putin abbia spesso sorpreso gli osservatori con mosse strategiche considerate dai più molto rischiose, dall’intervento in Siria fino all’invasione dell’Ucraina.
Come sostiene Rampini su Oriente Occidente del 29 maggio: “Le forme di questa escalation potrebbero essere diverse. La prima è verticale. Significa aumentare l’intensità della guerra senza cambiarne la geografia. Più bombardamenti, più distruzione delle infrastrutture ucraine, più minacce nucleari, più pressione psicologica sull’Occidente. La seconda è orizzontale. Significa estendere il conflitto oltre i confini attuali, aprendo nuovi fronti di tensione. Non necessariamente attraverso un’invasione tradizionale. Potrebbero bastare provocazioni, sabotaggi, cyberattacchi, incursioni di droni, operazioni ibride capaci di mettere alla prova la coesione dell’Alleanza Atlantica.”
Nel frattempo, l’Ucraina ha assunto un altro ruolo fra coloro che hanno bisogno di difese adeguate contro gli attacchi dei droni, la vera novità bellica di questa guerra. Non solo alcuni paesi europei ma anche gli USA e diversi paesi arabi hanno chiesto tecnologia, professionalità e competenze per l’impiego dell’intelligenza artificiale per il controllo di questa nuova micidiale arma. Il vantaggio geopolitico appare evidente.
Cari amici vicini e lontani, come potete constatare il mondo che conosciamo oggi si regge su sottili difficili equilibri e il nostro futuro dipende dalle decisioni che vengono prese lontano da noi.
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