di Massimo Lodi
Cosa sarà, se ci sarà, la Pontida della riconciliazione, lascito politico/morale di Bossi ai post-bossiani. Del leggendario Senatùr all’amico di sempre Leoni. Del capo d’un partito che nacque in un modo, si trasformò in altro e adesso è roba ancor più diversa? Eccolo, il punto. Anzi, i punti. Riconciliazione 1: ammettiamo che le varie anime del leghismo d’una volta e del leghismo d’oggi trovino la quadra, per dirla come la diceva l’Umberto, e mettano una pietra sopra dissidi, controversie, livori. Avremo la Pace del pratone, lassù, nel luogo sacro-storico. E poi, sfumata la simbologia? Riconciliazione 2: se la Lega torna una, e una sola, e le diaspore (perché son tante) rientrano, e compare il miracoloso embrassons nous, e vien siglato un accordo virtuoso, e ci si dà l’orizzonte sentimentale d’insieme, bisogna apporvi la certificazione strategica. Chi la firma: un segretario, un direttorio? Riconciliazione 3: dopo le parole, gli abbracci, l’emozione e quanto serve a riaccendere lo spirito mitico, si aspettano i fatti. E, anzi, un fatto. Il Fatto. Quale?
Il fatto (il Fatto) è la riconquista della credibilità settentrionale, d’un Nord che sembra emigrato oltre confine dopo lo spostamento del Carroccio verso Centro e Sud. Salvini ha invertito la marcia rispetto a Bossi, e non solo a Bossi. Gli è importato di gareggiare a destra e basta. A destra con i moderati e conservatori di Forza Italia, e a destra con i radicali e sovranisti di Fratelli d’Italia. L’ha preso l’intento di proporsi come alter ego della Meloni, sino a sprintare con lei nei tour internazionali, nella Francia della Le Pen, nell’Ungheria di Orbàn, nella Germania dell’Afd, naturalmente -te pareva, se capìss– nell’America di Trump. Con variante putiniana. E questo ai fedelissimi delle origini e ai pragmatici della contemporaneità non è piaciuto. Non piace. Mai piacerà. Ceto medio, imprese, piccoli artigiani, lavoratori d’infiniti micro-aree, commercianti eccetera: un reggimento d’insoddisfatti, che certo non poteva bastare un ex generale -poi dimissionatosi- a imbonire con slogan buoni per differenti platee. Così lontane da qui.
S’è perduta un’identità, di questo trattasi. E o la ritrovi o -a proposito di smarrimenti- sei perduto per sempre. Dunque la Pontida della riconciliazione ha un senso se prelude a una Lega della rifondazione, che sappia ispirarsi di nuovo all’idea primigénia e, modellandola sull’attualità d’una rivoluzione nazionale/mondiale, ne attualizzi pensiero e funzione. È il solo modo utile a dare un prossimo futuro d’accettabile collocazione politica al partito, che nella speranza di fare concorrenza ai sodali della coalizione di centrodestra ha finito col fare concorrenza a sé stesso. Un rimprovero, sottaciuto e tuttavia percepibile, che Bossi muoveva a Salvini e chissà se Salvini, ora che Bossi tramite Leoni gli ha lanciato l’assist per cambiare gioco, il gioco lo cambierà davvero. Partite importanti aspettano, dopo il referendum sulla giustizia: riforma della legge elettorale, elezioni amministrative, rinnovo del Parlamento, scelta del presidente della Repubblica che nel ’29 succederà a Mattarella. Più varie e (sicure) eventuali. Nella gerarchia delle priorità, sostituire al Ponte sullo Stretto la Pontida della Stretta -riformulando un patto a sostegno del pezzo d’Italia che si tira dietro il resto del Paese e arranca nell’andare avanti- non sarebbe un’idea da casciabàll. Semmai il contrario.
