LEGNANO – Pubblichiamo una riflessione divulgata oggi, giovedì 27 agosto, dal segretario generale Cgil Ticino Olona, Mario Principe.
Il costo della benzina oltre i due euro al litro è l’immagine più immediata di una difficoltà che le famiglie stanno vivendo, ma sarebbe un errore fermarsi al prezzo alla pompa. Dietro ci sono le guerre e le tensioni internazionali che incidono sui mercati energetici, ma ci sono anche questioni che l’Italia si porta dietro da anni: la dipendenza energetica, le scelte e le non scelte sulla politica energetica, il peso della fiscalità sui carburanti e soprattutto una dinamica dei salari che non ha tenuto il passo con il costo della vita. Il punto quindi non è soltanto quanto costa fare il pieno: è quanto reddito rimane a una famiglia dopo aver pagato tutte le spese necessarie per vivere.
A Legnano il 60% dei redditi da lavoro dipendente
Nel Legnanese vengono dichiarati oltre 4 miliardi di euro di redditi e circa il 59 per cento del reddito dichiarato a Legnano deriva dal lavoro dipendente. È un dato che ci dice quanto il nostro territorio dipenda dalla qualità del lavoro e dalla capacità dei salari di sostenere i consumi e l’economia locale. E mentre il costo della vita aumenta, anche la nostra manifattura sta attraversando una fase di rallentamento nel primo trimestre del 2026: circa il 30 per cento delle imprese manifatturiere dell’Alto Milanese ha registrato una diminuzione del fatturato e la quota di imprese che programma investimenti è scesa dal 62 al 49%. È esattamente in questa fase che dobbiamo evitare che la risposta alla difficoltà economica sia ancora una volta quella di comprimere il costo del lavoro.
Appalti decisivi per i lavoratori
Quando un’azienda affida un’attività a un’altra impresa e poi quella impresa subappalta ancora, la competizione rischia di trasformarsi in una gara a chi costa meno, e molto spesso quel meno finisce per essere pagato dal lavoratore con un contratto meno favorevole, con un salario più basso, con meno formazione, con meno sicurezza e con più precarietà. È questa la ragione che cui stiamo promuovendo come Cgil una proposta di legge sugli appalti e una raccolta firme per cambiare questa logica.
Chi lavora nello stesso sito e svolge la stessa attività non può essere trattato come un lavoratore di serie B soltanto perché il suo rapporto di lavoro passa attraverso un appalto. Vogliamo che siano applicati i contratti collettivi realmente rappresentativi e che le condizioni economiche e normative siano coerenti con il lavoro che viene svolto. Allo stesso tempo, bisogna impedire che la catena dei subappalti diventi uno strumento per scaricare responsabilità: più la filiera è lunga e opaca, più diventa difficile sapere chi risponde delle condizioni di lavoro e della sicurezza. La responsabilità deve essere chiara lungo tutta la filiera. E dobbiamo smettere di considerare il massimo ribasso come una normale modalità di competizione quando a essere compressi sono salari, diritti e sicurezza. Un’impresa deve poter competere perché è più efficiente, più innovativa e più qualificata, non perché paga meno i lavoratori. Questa non è una proposta contro le imprese: è una proposta contro un modello di competizione che mette imprese corrette e imprese scorrette sullo stesso piano, e che trasforma il lavoro nel principale elemento sul quale risparmiare.
Competenze impossibili con salari bassi
E c’è un’altra ragione per cui penso che questa discussione riguardi direttamente l’Alto Milanese. Il nostro territorio ha bisogno di competenze: le imprese cercano lavoratori qualificati, operai specializzati, tecnici capaci di governare processi produttivi sempre più complessi. Se però chiediamo alle persone di accettare precarietà, bassi salari e scarse prospettive, non possiamo poi stupirci se diventa difficile trovare e trattenere quelle professionalità.
La qualità del lavoro è ormai una condizione della competitività. Per questo la nostra proposta sugli appalti va letta insieme alla questione del costo della vita. Se energia, carburanti, casa e beni essenziali aumentano, il salario deve avere la capacità di reggere; e se una parte del sistema economico continua a risparmiare attraverso salari più bassi e condizioni peggiori, il risultato è un circolo vizioso: lavoro povero, minore potere d’acquisto, minori consumi e maggiore fragilità sociale.
Per questo chiediamo alla politica di discutere nel merito la nostra proposta di legge. Non chiediamo semplicemente di firmarla: chiediamo di affrontare una questione che riguarda il modello economico del Paese e anche la qualità dello sviluppo del nostro territorio. Perché la domanda con cui ripartiamo dopo l’estate è molto semplice: se il costo della vita continua a crescere, vogliamo continuare a ridurre il valore del lavoro, oppure vogliamo finalmente costruire un’economia nella quale chi lavora possa vivere dignitosamente del proprio lavoro?
Mario Principe
Segretario generale CGIL Ticino Olona
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