LEGNANO – Andrea Mostoni non ha voluto rendere esame davanti alla Corte d’Assise del tribunale di Busto Arsizio, dove è imputato per l’omicidio di Vasilica Potincu, escort di 36 anni, trovata morta con un coltello conficcato nella schiena in un appartamento di via Stelvio a Legnano il 25 maggio 2025.
Morta in massimo tre minuti
Il 29enne di Robecco sul Naviglio, arrestato tre giorni dopo l’omicidio dai carabinieri della compagnia di Legnano, coordinati dal pubblico ministero Ciro Caramore, e che si è sempre dichiarato innocente, ha anche scelto di non rendere spontanee dichiarazioni. Davanti alla Corte presieduta da Rossella Ferrazzi (Daniela Frattini a latere) sono stati quindi ascoltati gli ultimi testimoni. Emanuela Re, avvocato difensore di Mostoni, ha incalzato il medico legale sulle tempistiche del delitto: nove in tutto le coltellate inferte alla 36enne, letale quella alla carotide, quasi parimenti grave quella che ha raggiunto un polmone, con la vittima morta per shock emorragico in un tempo molto rapido: «Tra uno e tre minuti al massimo». I fendenti sarebbero stati sferrati in un lasso di tempo molto ravvicinato; nessun colpo ha raggiunto la vittima quando era già morta, colpita verosimilmente alle spalle mentre era chinata in avanti. Un’azione rapida, quindi, con Potincu che non si sarebbe difesa, come dimostra una sola, molto piccola, ferita a un avambraccio. Per la difesa una ricostruzione compatibile con un eventuale dolo d’impeto e non con un’azione pianificata.
Mai violento
Tra i testi chiamati, amici, colleghi di lavoro e familiari dell’imputato, descritto da tutti come un ragazzo riservato, mai violento, che nessuno ha mai visto reagire alle provocazioni. Chi lo ha visto nei giorni successivi all’omicidio non ha notato alcun comportamento anomalo; il datore di lavoro lo ha descritto come il dipendente che più era cresciuto e sul quale aveva più investito. Ad alcuni aveva parlato della frequentazione, da qualche mese, con una ragazza di Cinisello Balsamo, dove in effetti la 36enne era residente. Tale Elena, che era il nome utilizzato da Potincu sul lavoro, di origine ungherese. Per l’accusa Mostoni, invaghito della bella escort e convinto forse di farle cambiare vita, aveva prestato alla donna somme importanti di denaro. Una volta realizzato che la 36enne non avrebbe mai assecondato questo suo immaginario e che non gli avrebbe restituito il denaro che il 29enne a quel punto pretendeva, l’avrebbe uccisa. Che Mostoni parlasse di Elena come della donna che frequentava da alcuni mesi potrebbe rafforzare quest’ipotesi.
Elena aveva paura
Così come la testimonianza di una collega di Potincu, con la quale aveva lavorato anche nell’appartamento di via Stelvio, andrebbe a rafforzare l’accusa di stalking, sempre contestata al 26enne. La escort ha parlato della 36enne come di una donna caduta da qualche tempo in depressione, al punto da farsi accompagnare all’auto dall’amica perché «aveva paura» e da temere che fosse lui a contattarla quando riceveva chiamate da numeri privati. Potincu, ha riferito la teste, temeva che Mostoni la controllasse, tanto da aver escogitato un modo per verificare chi fosse prima di farlo entrare nell’appartamento. Al cliente veniva dato un civico errato, dall’altra parte della strada. Quando questo chiamava non trovando l’appartamento, le due donne avevano il tempo di osservarlo e di verificare di chi si trattasse prima di lasciarlo entrare.
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