LEGNANO – Sono in corso i rilievi del Reparto investigazioni scientifiche di Parma dei Carabinieri sugli elementi raccolti sulla scena del delitto di Legnano, dove lo scorso 25 maggio è stata trovata uccisa la escort rumena Vasilica Potincu. Le responsabilità di Andrea Mostoni, il 28enne (compirà i 29 anni il prossimo 28 giugno) nato a Milano e residente a Robecco sul Naviglio non sono in discussione, come il fatto che il giovane abbia agito da solo in quello che viene definito un “delitto d’impeto”; restano però da chiarire numerose circostanze in cui l’omicidio si è consumato, e che possono pesare molto nel determinare i capi d’accusa a carico di Mostoni in sede di giudizio, come la determinazione della sua condanna.
Gli elementi da chiarire
A cominciare dall’arma, il coltello con cui l’assassino si è accanito sul corpo della donna dopo averle sferrato il primo colpo alla gola, impedendole di chiamare aiuto. Risulta ancora da accertare, infatti, la provenienza del coltello, cioè se Andrea Mostoni l’ha trovato nell’appartamento – dove c’era una cucina con diversi utensili, fra cui coltelli – o se lo si sia portato da casa, o comunque con sé nel momento in cui ha varcato la porta dell’appartamento di via Stelvio. Questo era da tempo in uso a un’amica della vittima, di nome Veronica: i clienti vi entravano direttamente, senza suonare, comunicando via cellulare (probabilmente whatsapp) con la escort al loro arrivo affinché aprisse il cancello, nella massima discrezione possibile.
Tirata a sé con la cintura di un accappatoio
E proprio come un cliente, forse sotto mentite spoglie, potrebbe essersi presentato Mostoni la sera dell’omicidio, per aggirare la diffidenza della donna, infastidita dall’insistenza di quel giovane che, come pare, si era invaghito di lei, al punto di farle regali e continui prestiti in denaro, per cifre a quattro zeri. Quello che è certo è che tra i due, in quell’ultimo incontro di sabato 24 a Legnano, non si è consumata violenza: Andrea avrebbe colpito di sorpresa Vasilica, che in quel momento indossava solo una vestaglia e aveva ai piedi calzature con tacchi a spillo, dopo averla tirata a sé facendo passare la cintura di un accappatoio intorno al collo, senza però stringerla. Proprio su quella cintura, insieme all’accappatoio e al coltello lasciato nel corpo della vittima si concentrano gli accertamenti del Ris, in mancanza di altri elementi quali il cellulare della donna, che Mostoni avrebbe poi fatto sparire chissà dove, insieme ai messaggi scambiati con la 35enne dal proprio telefonino.
Un altro appuntamento due giorni dopo
I filmati recuperati dagli investigatori non mostrano la presenza di alcun altro quella sera sul luogo del delitto. Dopo averlo commesso, Mostoni ha coperto la testa di Vasilica con la vestaglia, lasciando la porta di casa aperta; non si è neppure premurato di far sparire gli abiti che aveva indosso, poi trovati a casa sua. Due giorni dopo, come se nulla fosse accaduto, Andrea ha pagato 170 euro per un rapporto con un’altra prostituta. Tutti coloro che lo conoscono e che sono stati interrogati dagli investigatori della Compagnia dei Carabinieri di via Guerciotti concordano nel descrivere il giovane come un bonaccione, compreso il suo datore di lavoro (che ha fra gli occupati anche una zia di Mostoni). Una persona forse ingenua, ritenuta incapace di fare del male. Non risulta che avesse mai alzato le mani su Vasilica, che però aveva chiesto e ottenuto da un legale una diffida privata nei suoi confronti per i suoi atteggiamenti insistenti, al limite del persecutorio.
«Non ho bisogno di nessuno, non ho fatto niente»
Dopo l’omicidio, il 28enne si è trincerato dietro il silenzio assoluto. A nulla sono servite le sollecitazioni dei Carabinieri, che lo hanno trattenuto in caserma per quasi 24 ore, come pure del pm della Procura di Busto Arsizio Ciro Caramore e dell’avvocato difensore Emanuela Re. «Non mi serve mangiare, non ho bisogno di nessun avvocato» ha ripetuto Mostoni, dicendosi «estraneo ai fatti» che gli venivano contestati e rifiutando di rispondere a qualsiasi domanda. Un atteggiamento che per alcuni è rivelatore di una personale fredda e cinica, ma che potrebbe anche essere il frutto di un meccanismo di autodifesa scattato dopo il delitto compiuto; una chiusura su se stesso che potrebbe però crollare col tempo, gettandolo nello sconforto o spingendolo a collaborare, cosa finora negata recisamente.
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