di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, mentre festeggiamo il 250° della più antica democrazia occidentale, le carte della storia si rimescolano di nuovo e dalla recente conferenza di Ankara appare straordinariamente una nuova situazione internazionale.
Molti ambienti, anche europei, hanno creduto o credono ancora al declino dell’America a favore delle nazioni “emergenti” come la Cina e l’India. Occorre ricordare che all’ultimo vertice con Xi Jimping, Trump si è presentato con una delegazione imponente: sul Force One erano imbarcati i vertici di Apple, Nvidia, Meta, Boeing, Goldman Sachs, Blackrok, Qualcomm, Space-X. General Electric e di altri colossi industriali. Nessun paese al mondo, neanche la Cina, è in grado di schierare una simile potenza tecnologica-industriale. Si può pensar male del presidente americano ma di certo non si può non riconoscere che 250 anni dopo la fondazione, gli Stati Uniti d’America sono la più importante e forte potenza mondiale.
Il sorpasso cinese ipotizzato da molti alcuni anni fa non c’è stato e dobbiamo rimandarlo a data da definire. L’importante deficit del PIL, la bolla edilizia, la preoccupante denatalità, la disoccupazione a più del 20% e la questione sociale che riguarda l’enorme numero dei pensionati hanno già messo la Cina in grave difficoltà. L’India, che presenta un notevole aumento del PIL, una crescente dinamicità tecnologica, una natalità sempre in crescita ed un ottimo dinamismo industriale, ancora non può confrontarsi con l’egemonia americana. Alcuni aspetti sociali, come ad esempio la divisione in caste, sono ancora un forte freno allo sviluppo.
In America le élite intellettuali e universitarie, gli ambienti artistici e dello spettacolo, molti politici (soprattutto democratici) ed anche molti opinion marker hanno fatto diagnosi terminali intorno alla democrazia americana. I giudizi del vecchio continente sono sempre stati piuttosto sprezzanti nei confronti degli USA. Ricordo che nel 1835 con la pubblicazione della prima parte de “La democrazia in America” (la seconda fu pubblicata nel 1840), considerato un classico del pensiero politico, la voce francese di Alexis de Tocqueville si levò chiaramente a favore della superiorità della democrazia del Nuovo Mondo con un’analisi approfondita e sistematica delle istituzioni americane. Giorgio Candeloro, uno dei maggiori storici italiani, scrisse nella prefazione all’edizione italiana: “Del resto il problema da lui posto, quello di fondare una società di uomini che siano al tempo stesso eguali e liberi di impedire l’instaurazione di tirannidi ben più complete e oppressive di quelle del passato, è ancora vivo e urgente nel nostro tempo.” A me pare che osservazione più pertinente intorno alla situazione attuale (del mondo) non ci sia.
La Grande Depressione scatenata dal crollo della borsa di Wall Street il 24 ottobre 1929, negli anni ‘60 gli assassini del presidente John Fitgerald Kenendy e del fratello Robert e di Martin Luter King, le rivolte a sfondo razziale e poi quelle scatenate contro la guerra del Vietnam, la crisi energetica e la conseguente inflazione degli anni ’70, hanno fatto pensare che la democrazia americana potesse vacillare. Al contrario, dopo ogni difficile passante della storia, gli Stati Uniti sono ripartiti ed hanno riportato notevoli risultati riequilibrando la situazione del paese e lo stato sociale, e sul piano militare contro i nazifascismi dell’Europa e contro l’egemonia comunista dell’Unione Sovietica.
Secondo l’ottimo Rampini quattro sono i pilastri della potenza americana: la leadership finanziaria centrata su una moneta universale (che i cinesi stanno tentando di combattere), la superiorità tecnologica (che include la forza militare), il controllo delle risorse strategiche e un evidente dinamismo demografico. Scrive: “Gli Stati Uniti oggi sono gli unici a possedere il “quadrilatero magico”. Restano il principale polo dell’innovazione, dominano la finanza, dispongono della rete militare più estesa e continuano ad attirare talenti da ogni continente.”
Ad Ankara il Trump brutto e cattivo ha ottenuto quello che altri presidenti da Eisenhower a Kennedy ed anche Obama hanno sempre chiesto senza ritorno, un’Europa che riequilibra gli oneri della difesa e cerca di fare propria la paura che alberga soprattutto nei paesi dell’est. Germania, Polonia e i paesi scandinavi si stanno riarmando in modo deciso e gli altri seguono in modo disordinato mentre le opinioni pubbliche sono divise di fronte ai nuovi scenari internazionali. Tutto sommato un’Europa complessivamente più unita di fronte alle emergenze che l’invasione russa ha determinato e soprattutto più unita nel sostegno all’Ucraina.
La vera novità è la constatazione che il popolo ucraino, le sue forze armate, il suo dinamismo tecnologico e la sua attività industriale (nonostante la guerra) hanno cambiato i rapporti di forza sul campo. La vera novità è che l’intraprendenza e la pervicacia dell’Ucraina hanno ormai stabilito che molto difficilmente l’aggressione di Putin avrà successo. Anzi la Russia appare perdente, non già sul piano militare, ma certamente riguardo alle sue facili mire espansionistiche e alle sue vecchie formule militari. La tecnologia ucraina che riguarda i droni fa gola persino agli americani che vedono con favore Kiev come una nuova risorsa, soprattutto riguardo al know-how di queste nuove micidiali armi.
Ad Ankara il Trump brutto e cattivo si è spinto perfino a ipotizzare la concessione della licenza perché gli ucraini possano fabbricarsi in casa le batterie Patriot, uno dei più sofisticati sistemi di difesa antimissile americani. I tempi dell’umiliazione di Zelensky alla Casa Binaca sono lontani e dimenticati (sic). Infatti è stata l’intelligence americana ad aiutare l’Ucraina a colpire sempre più in profondità il territorio russo e quindi ad aumentare le difficoltà di Putin.
L’ospite, il presidente-autocrate turco Erdogan, ha simbolicamente rappresentato il nuovo ordine internazionale con uno straordinario regalo di “pace” che ha messo in imbarazzo un po’ tutti. Infatti ha donato ai leader della NATO un revolver Gumusay 357 accompagnato dalle relative munizioni. Un pezzo quasi museale, arma simbolo della produzione bellica turca, con la confezione in legno decorata con la bandiera turca e con il simbolo della NATO.
Cari amici vicini e lontani, l’Europa e la NATO hanno assunto un nuovo valore strategico da difendere agli occhi americani ed anche l’Ucraina appare come un partner militare molto affidabile. La storia ha di nuovo voltato pagina. Siamo in grado di leggere le novità e le loro conseguenze?
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