di Massimo Lodi
Referendum da archiviare. Ormai è chiaro: si va da un fallimento all’altro. O viene abbassato il quorum, e perfino lo si elimina, anche per quelli d’abrogazione o è meglio rinunciare a questo strumento di democrazia partecipativa. Alzare il numero di firme per ottenerlo, come si suggerisce da più parti, non risolve il problema. Lo differisce.
E inoltre. Se in una stagione storica di progressivo calo dell’affluenza alle urne, si incita a disertarle anziché a votare sì oppure no, il kaputt s’annuncia certo salvo miracoli. Difatti va così. Ma c’è poco da esultare: la disaffezione a una prerogativa civica si rifletterà su altre e ben diverse situazioni di coinvolgimento elettorale. Con danni evidenti a tutti.
Entrando in qualche dettaglio. La destra può esultare avendo invitato a starsene a casa. Ma che successo è quello di vincere senza scendere in campo? Ci sarebbe piuttosto da meditare su leggi imperfette o cattive che spingono a correggerle. Dunque su Parlamenti di scarsa avvedutezza. E perciò su personale politico non di valore. E, insomma, su partiti che scelgono male, comportandosi peggio dopo l’errore.
Il governo, che ha problemi gravosi da risolvere sullo scenario internazionale, tira un sospiro di sollievo (se mai ha pensato di dover rischiare qualcosa). L’opposizione ne esce malridotta. Tipo: Landini azzerato nell’eventuale ambizione di leader d’un radicalismo vecchio stampo. Schlein e Conte -con l’aggiunta di Bonelli- penalizzati da un’unitarietà che era solo di piazza, non sempre di merito su ogni quesito. I centristi, potenziali alleati, segnalano che senza di loro un fronte con possibilità di contendere alle politiche il primato alla destra di Fdi-Forza Italia-Lega non esiste.
Osservazione che rianimerà il dibattito all’interno del Pd. La segretaria s’aggrappa alla milionata di votanti, comunque giudicandola di buon auspicio. Ma non è questo il risultato in cui sperava. I riformisti glielo rinfacceranno. E i Dem s’apprestano all’ennesima, sfiancante resa dei conti, certo non il meglio da augurarsi con le regionali di Valle d’Aosta, Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia ormai a vista d’occhio. E con la costruzione d’una alternativa al melonismo che ha bisogno di sveltirsi: il match previsto nel ’27 necessita di preparazione d’avvertito tempismo e figuriamoci se dovesse capitare un’anticipata interruzione di legislatura.
Infine, tornando all’inizio. Anzi, al principio. I disillusi dalla democrazia non sono un bene per la democrazia. La conducono a una silenziosa, profonda, forse irreversibile modifica di sé stessa. Troppo disinteresse, troppa superficialità, troppi ignari dell’importanza di proiettarsi nel futuro invece di difendere il passato. E stavolta la società che viaggia più veloce della politica ha mostrato d’esser lenta a capire quando bisogna imprimere un’accelerazione. Invece d’andare avanti si sta fermi. È l’impasse della modernità.
