Il CT dell’Italbasket Banchi: “preoccupato dalla concorrenza dei college Usa”

Luca Banchi college Usa
Luca Banchi intervistato a Masnago da M24

VARESEUn Luca Banchi preoccupatissimo. E’ quello che emerge da una intervista rilasciata a Backdoor Podcast in merito alla concorrenza dei college americani rispetto al basket mondiale. Il rischio, detto in parole povere, è quello di perdere tutti i migliori giovani (italiani compresi), attratti verso la NCAA dai cosiddetti contratti NIL (name, image and likeness), ovvero contratti di sponsorizzazione per lo sfruttamento della loro immagine a cifre sproporzionate. Come è capitato alla Pallacanestro Varese con Elisèe Assui. E come potrebbe capitare con Matteo Librizzi.

Una autentica rivoluzione

Appartengo a una scuola legata alla tradizione. Quindi concepisco la Ncaa come una palestra di basket non professionistico e di preparazione accademica. Quella che sta capitando è un’autentica rivoluzione del basket inteso come essenza del gioco. Non posso trovarmi d’accordo su questo stravolgimento. Si parla apertamente di contratti professionistici proposti a giocatori che hanno già un ruolo da protagonisti all’interno dei rispettivi campionati nazionali ed europei, o addirittura già scelti al draft, che poi scelgono per aspetti tecnici ed economici di andare a giocare al college. Tutto questo fatto con la mediazione delle agenzie. Era una bestemmia fino a qualche anno fa che i giocatori si presentassero al college con gli agenti. Qua si parla addirittura di negoziazione da parte delle agenzie.

Il caso Quinn Ellis

Quando si parla di giocatori all’ultimo anno di eleggibilità, come Quinn Ellis, che gioca da protagonista in Eurolega e decide di andare al college, capite che non si parla di un aspetto formativo dal punto di vista accademico. Se non, forse, per partecipare a un fittizio master di specializzazione. E nemmeno di formazione cestistica, visto che Ellis sembra destinato a dominare contro ragazzi di 3 o 4 anni più giovani di lui. Rimane certamente l’aspetto economico, che diventa preponderante.

Italia (ed Europa) senza armi

Non so come se ne esce. Il fenomeno non appare momentaneo visto che i budget sembrano essere addirittura in espansione, perché gli atenei vogliono competere tra loro. Come Federazione Italiana Pallacanestro non abbiamo armi. E ai club non rimane altro che far firmare ai giovani giocatori contratti a lungo termine con buyout che perlomeno li ricompensano se i ragazzi decidono di andare al college. Siamo destinati nel breve termine a doverci adeguare a una realtà destinata ad impattare a livello mondiale, con gli Usa che si prenderanno tutti i migliori giovani dai 18 ai 23 anni. Sicuramente dovremo modificare il nostro approccio, pensando per esempio a quei giocatori che torneranno nel basket europeo dopo 4 o 5 anni nei college americani a suon di contratti e cifre fuori mercati per il loro valore. Dovremo pensare di ricollocare questi ragazzi in contesti tecnici ed economici più adeguati alle loro caratteristiche. Ma non sarà semplice.

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