Luca Zaia e Silvia Salis, la separazione dalle illusioni

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La sindaca Silvia Salis e il "doge" Luca Zaia

Due fatti curiosi a margine dell’approvata riforma giudiziaria in Senato nell’attesa di referendum, e della bocciatura del Ponte sullo Stretto, nell’attesa di motivazioni. 1) Il primo fatto, fronte di destra. Luca Zaia, governatore uscente del Veneto e dentro la Lega voce critica al mainstream dominante fra gli stenti, dice a Salvini -e a Meloni/Tajani accodantisi nelle geremiadi- di smetterla d’attribuire alla magistratura intenti che non ha.

Caso Ponte. La Corte dei Conti fa il suo mestiere, punto. Lo faccia pure il ministro, e idem la colleganza di governo, migliorando un lacunoso progetto. Poi si vedrà. Cioè: si vedrà se davvero la cattedrale nel deserto è in grado d’esser meno cattedrale in mezzo a meno deserto. E se 14 e più miliardi rappresentano cifra davvero da spendere anziché da destinare a infrastrutture stradali-ferroviarie inesistenti in loco. E se un simile investimento, invece di migliorarne l’attrattività, non stravolge il fascino d’un territorio. Eccetera. Realismo, insomma. Non piagnucolii.

Caso riforma giudiziaria. Lo stesso pragmatismo dovrà motivare il sì alla consultazione di primavera: la separazione delle carriere dei magistrati migliora la situazione d’indagini, processi, detenzioni et alia sì o no? È la vera emergenza avvertita dalla sensibilità popolare o una bandierina (un bandierone) da piantare con mani di centrodestra in assenza di diversi stendardi, tipo autonomia e premierato? Vale scannarvisi mettendo perfino in gioco la legislatura, di cui è possibile l’anticipato stop nel caso d’un flop, o è meglio assumere un atteggiamento più soft?

2) Il secondo fatto, fronte di sinistra. In uno dei talk politici più seguiti, Otto e mezzo di Lilli Gruber, gli anti-Chigi mandano a rappresentarli in una serata cruciale né Schlein né Conte né altri volti di logora presa sul pubblico televisivo. Mandano Silvia Salis, sindaco di Genova, leì si capace l’anno scorso d’allestire un campo largo vincente sotto la Lanterna, icona del socialismo riformista, origini renziane, lavorare-lavorare-lavorare come bibbia day by day, da molti indicata quale possibile federatrice/simbolo di Pd-M5S.Avs-Centristi alle elezioni del ’27. Perché nuova, competente, di parole spicce e chiare, e infine donna dall’immagine glamour, quasi (sembrerebbe) inventata ad hoc per essere l’avversaria ideale della Meloni.

Non c’è domanda, anche la più insidiosa, cui Salis eviti di rispondere veloce, pratica, esaustiva. Roba d’un pianeta diverso da quello romano arzigogolato fumoso inconcludente cui siamo abituati. Nel movimento dei sindaci pronti ad affiancare all’incarico amministrativo una funzione politica, la Salis ricopre già il ruolo di punta. Prevedibile che le venga chiesto d’interpretarlo apertis verbis nella campagna sulla divisione dei compiti tra magistratura requirente e giudicante.

Sommato il fatto uno al fatto due (esternazione di Zaia, intervista alla Salis), se ne conclude che d’ora in poi si farà sul serio, a destra e a sinistra. Importa andare dritti ai risultati senza perdersi nelle svolte e risvolte dialettico-cerebrali-vittimistiche-sterili di cui s’inciccia l’obesità del chiacchierume quotidiano. Magari è solo una sensazione, certo una speranza. Però quelle due sortite/blitz c’illudono della possibilità -se non di sorti magnifiche e progressive, alla maniera leopardiana della Ginestra– d’un sortilegio che liberi il Paese dall’incantesimo negativo del fiore all’occhiello. Che c’è, non c’è, ci sarà sì, ci sarà no. C’importa la vestibilità d’abito, di questo Paese; non le sue cadùche decorazioni.

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