VARESE – Si chiude con 12 condanne per un totale di quasi 70 anni di carcere il processo “Nerone”, nato dalle indagini dei carabinieri su una serie di incendi dolosi e violenze avvenuti nell’Alto Varesotto. La sentenza pronunciata oggi, lunedì 18 maggio. dai giudici del tribunale di Varese. Gli imputati erano accusati, a vario titolo, di estorsione, usura, minacce, lesioni, spaccio di droga e violenza privata, con l’aggravante del metodo mafioso. Una sentenza definita “storica” dagli addetti ai lavori perché riconosce, per la prima volta in quel territorio, l’utilizzo di dinamiche tipiche della criminalità organizzata per commettere reati comuni.
Il metodo mafioso
Il procedimento, coordinato dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, ha ruotato attorno alla contestazione del cosiddetto “metodo mafioso”: secondo l’accusa, gli imputati avrebbero fatto leva su intimidazioni, riferimenti impliciti a contesti criminali e rapporti con ambienti riconducibili alla ’ndrangheta per imporre il proprio controllo e recuperare crediti con minacce e violenze. Le difese hanno invece sempre respinto questa ricostruzione, sostenendo l’assenza di prove concrete sull’esistenza di un sistema intimidatorio assimilabile a quello mafioso.
Il metodo mafioso
Al centro dell’inchiesta la figura di Giuseppe Torcasio, detto “Zio Pino”, per il quale era stata chiesta la pena più alta: 11 anni e 5 mesi di reclusione. Torcasio è legato da vincoli familiari a Vincenzo Torcasio, già condannato in passato per associazione mafiosa e ritenuto vicino alla cosca Giampà di Lamezia Terme. Agli imputati, tuttavia, non veniva contestata l’appartenenza diretta alla ’ndrangheta, ma l’utilizzo di metodi e modalità operative riconducibili a quell’ambiente criminale.
I reati sentinella
Le indagini erano partite nel 2017 dopo una serie di auto incendiate nella provincia di Varese, episodi considerati dagli investigatori “reati sentinella”, spesso indicativi di fenomeni criminali più strutturati. Da lì i carabinieri del reparto operativo provinciale hanno sviluppato un’inchiesta complessa, fatta di intercettazioni telefoniche e ambientali, che ha portato alla luce un sistema di estorsioni, usura e traffico di cocaina.
La finanziaria parallela
Secondo l’accusa, il gruppo gestiva una sorta di “finanziaria parallela”, prestando denaro e pretendendo poi la restituzione con interessi usurai. Il recupero crediti sarebbe avvenuto attraverso intimidazioni, aggressioni e minacce pesanti, sfruttando un clima di omertà e paura sul territorio. Le stesse modalità sarebbero state utilizzate anche per esercitare pressioni su professionisti e imprenditori, come nel caso di un geometra preso di mira per aver rallentato una pratica edilizia collegata a uno degli imputati.
Il business di alto profilo
L’inchiesta ha inoltre documentato un traffico di cocaina destinato a una clientela facoltosa della zona del Lago Maggiore, distante dalle tradizionali piazze di spaccio nei boschi. Un business definito dagli investigatori “di alto profilo”, alimentato da relazioni e contatti consolidati nel territorio.
Il processo è stato caratterizzato anche dalle difficoltà incontrate durante le testimonianze in aula: numerosi testimoni si sono mostrati reticenti o hanno dichiarato di non ricordare episodi e circostanze contestate dall’accusa. Nonostante questo, il tribunale ha riconosciuto la fondatezza dell’impianto accusatorio per gran parte degli imputati, mentre per alcuni reati è stata dichiarata la prescrizione e in un caso è arrivata l’assoluzione.
