«Per Enac è lo scalo di Berlusconi, per noi Malpensa una leva di sviluppo»

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C’è una cosa che spesso sfugge quando si raccontano le aziende: si guardano i numeri, ma si dimentica il contesto in cui quei numeri sono nati.

Vent’anni fa, nel 2006, arrivava a con tre aerei. Pochi, se guardati oggi. Tantissimi, se si torna con la memoria a quel momento.

Perché Malpensa, allora, era un aeroporto in cerca di una nuova identità. Il dehubbing di aveva lasciato uno scalo progettato per essere un grande hub intercontinentale senza più un centro. Un’infrastruttura pronta, ma senza traffico. Un territorio connesso sulla carta, ma molto meno nella realtà.

È in quel vuoto che easyJet ha fatto una scelta controintuitiva: investire.Non era scontato. Non era prudente. Ma è stato decisivo. Da lì inizia una storia che non è solo industriale, ma territoriale. Perché quei tre aerei non portavano solo passeggeri: portavano accessibilità. E l’accessibilità, nel tempo, diventa economia.

Oggi quei numeri raccontano meglio di qualsiasi discorso cosa è successo:

– 22 aeromobili basati a Malpensa

– 76 rotte attive verso 16 Paesi

– circa 50.000 voli all’anno

– 8,6 milioni di passeggeri nel 2025

– oltre 110 milioni di passeggeri in vent’anni

Ma soprattutto:

– 1.200 dipendenti diretti in Lombardia

– circa 12.000 posti di lavoro generati complessivamente

– oltre 8,5 miliardi di euro di impatto economico cumulato

– un valore aggiunto annuo cresciuto fino a quasi 900 milioni

E poi c’è un dato meno evidente, ma forse il più importante: oggi milioni di persone possono raggiungere Malpensa in meno di un’ora. E questo significa turismo, investimenti, imprese che restano o arrivano perché muoversi è semplice.

Rotta dopo rotta, Malpensa ha smesso di essere un problema da gestire ed è tornata a essere un nodo. Non quello per cui era stata progettata, ma uno che funziona.

E forse è proprio questo il punto: easyJet non ha solo riempito un vuoto. Ha contribuito a cambiare la funzione economica di un territorio intero, trasformando un aeroporto “in cerca di senso” in una leva di sviluppo.

La mattinata, in fondo, era una festa.

Una di quelle occasioni in cui si celebra il tempo lungo: vent’anni di lavoro, di investimenti, di persone che sono rimaste. C’erano manager, istituzioni, piloti, assistenti di volo. E anche chi, vent’anni fa, era su quel primo volo e oggi è ancora lì. Una celebrazione sobria, ma piena. Di quelle in cui si guarda indietro per capire quanto è cambiato tutto.

Poi, a un certo punto, tra un intervento e l’altro, è intervenuta una persona. Arrivato da Roma. E si sentiva.

Ha preso la parola e, invece di restare dentro il perimetro di quella storia — industriale, territoriale, concreta — ha spostato tutto altrove. “Lo scalo di Berlusconi”, ha detto. Con quel tono un po’ romano, diretto, quasi da talk show più che da anniversario.

Un passaggio che ha fatto scivolare, per un attimo, la giornata fuori asse. Perché mentre tutti stavano celebrando ciò che è stato costruito, qualcuno ha riportato dentro una discussione che con quella festa c’entrava poco. O forse niente.

E alla fine resta quella sensazione sottile: che ci siano momenti in cui le parole dovrebbero saper restare al loro posto.

Perché mentre qualcuno prova ancora a decidere come chiamarlo, tentando di essere rinnovato fra meno di un mese a capo di Enac, In questi vent’anni ci sono state persone che hanno fatto in modo che valesse la pena arrivarci a Malpensa.

Francesco Calò
(assessore alle Attività produttive del Comune di Somma Lombardo)

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