Malpensa, frode sui rimborsi Iva da 250mila euro: otto indagati

MALPENSA – I finanzieri del Comando Provinciale di Varese hanno scoperto una presunta frode sui rimborsi Iva da circa 250 mila euro, ottenuti indebitamente a fronte di acquisti per oltre 1,3 milioni di euro. Otto persone di origine extracomunitaria sono state denunciate nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Busto Arsizio.

I rimborsi Iva e i beni di lusso

L’operazione rientra nelle attività di contrasto alle frodi fiscali condotte dalla Guardia di finanza, con particolare attenzione ai meccanismi illeciti legati all’evasione dell’Iva nei settori più esposti a rischio. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori del Gruppo Malpensa, il sistema fraudolento si sarebbe basato su 924 richieste di rimborso Iva relative all’acquisto di beni effettuati in Italia, in gran parte prodotti di lusso.

Il sistema Tax Refund

L’indagine è partita da un’approfondita analisi delle banche dati in uso al Corpo, che ha fatto emergere alcune anomalie nelle procedure di Tax Refund, il sistema che consente ai cittadini residenti fuori dall’Unione Europea di ottenere il rimborso dell’Iva sugli acquisti effettuati nel territorio comunitario. I successivi accertamenti, svolti anche presso società di intermediazione attive nello scalo aeroportuale e presso diverse compagnie aeree, hanno evidenziato elementi sospetti: assenza di prenotazioni o acquisti di titoli di viaggio, mancato utilizzo di voli dichiarati e, in alcuni casi, uso promiscuo delle stesse carte di credito da parte di più soggetti.

Truffa ai danni dello Stato

Gli investigatori ritengono che gli indagati abbiano fornito dati fittizi su voli diretti verso Paesi extra-UE, con l’unico obiettivo di ottenere indebitamente il rimborso dell’Iva, configurando così l’ipotesi di truffa ai danni dello Stato. Sulla base degli elementi raccolti, gli otto soggetti sono stati deferiti all’autorità giudiziaria. Le perquisizioni domiciliari, delegate dalla Procura, hanno portato al sequestro di carte di credito e debito, SIM telefoniche e documentazione fiscale e doganale, tra cui fatture e scontrini relativi alle richieste di rimborso.

Cinque degli indagati, dopo aver versato all’Erario il 50% delle somme percepite indebitamente, hanno chiesto al giudice la sospensione del procedimento tramite l’istituto della messa alla prova, che prevede lo svolgimento di lavori di pubblica utilità.

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