Medioriente: e le stelle stanno a guardare

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, sul Medioriente le ombre si fanno sempre più cupe. Le guerre sono sempre disastri e distruzioni drammatiche in ogni parte del mondo e a soffrire maggiormente sono sempre le popolazioni inermi, i civili. Su questo credo siamo tutti d’accordo. Sulla valutazione dei vari teatri dei combattimenti le opinioni cambiamo notevolmente. Per esempio la nostra premier Meloni ed anche il presidente francese Macron convergono sull’idea che l’Ucraina debba essere aiutata a difendersi, ”costi quello che costi”. L’argomento condivisibile è che la Russia è il paese aggressore e l’Ucraina il paese aggredito. In Medioriente il pensiero cambia. Dimenticandosi del massacro del 7 ottobre 2023, l’aggredito diventa l’aggressore e l’aggressore l’aggredito. Pertanto Israele deve fermare le armi e procedere alla tregua, “costi quello che costi”.

Hamas e Hezbollah sono gruppi terroristici organizzati militarmente. Hamas ha costruito le sue basi fra la popolazione di Gaza ed ha fortificato le sue postazioni forando il sottosuolo e accumulando armi e munizioni anche nelle scuole e negli ospedali. Hezbollah o Ḥizb Allāh (il partito di Dio) è un’organizzazione paramilitare islamista sciita, nata nel giugno 1982 e divenuta successivamente anche un partito politico. In sostanza un gruppo terroristico con struttura militare sovvenzionato dall’Iran. Presidia il sud del Libano dal quale ha lanciato in passato qualche timida incursione nel territorio del nord d’Israele e poi, dopo il 7 ottobre, continui attacchi con missili, razzi ed altri mezzi bellici. Annoto che 80.000/100.000 israeliani hanno dovuto lasciare le loro case e si sono dovuti arrangiare come altri profughi nelle zone di guerra.

L’ottimo Rampini il 26 agosto scorso sul Corriere della Sera ha proposto un articolo interessante. Ha ricordato un celebre racconto poliziesco di Arthur Conan Doyle che si intitola «Il cane che non ha abbaiato» e che avrebbe dovuto abbaiare. Scrive che qualcosa di simile sta accadendo nel mondo arabo nei confronti dell’offensiva israeliana contro Hezbollah in Libano. Gli accordi di Abramo, firmati nel 2020 con la benedizione americana di Trump, portarono Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan a riconoscere lo Stato d’Israele. Ebbene nessuno dei paesi firmatari si è ritirato dall’accordo né ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. Al contrario. Alcuni di essi come gli Emirati Arabi ed altri come la Giordania e l’Egitto hanno aiutato Tel Aviv quando è stata assalita con missili e razzi lanciati appunto dagli Hezbollah dal Libano. Ecco perché Rampini parla di ambiguità araba nei confronti dell’attacco israeliano. Tanto che si potrebbe pensare che molti governi arabi non sarebbero poi tanto scontenti se Israele dovesse fare il lavoro sporco contro Hezbollah, percepita come una potenza regionale che è andata a immischiarsi di molti conflitti in nazioni arabe. Per molti paesi arabi sunniti, moderati, conservatori, è considerato un braccio armato dell’Iran che rappresenta un pericoloso nemico.

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Ivanoe Pellerin

Un altro elemento da considerare, seguendo il pensiero di Giuliano Ferrara sul Foglio del 25 settembre, è rappresentato dalla ormai tiepida diplomazia americana di Biden che manca di una linea chiara su Gaza, sul cessate il fuoco, sulla escalation e, adesso, sul fronte del Libano. La ormai scarsa capacità politica di Washington è un problema per tutti. Si sonnecchia in attesa degli eventi. Netanyahu con tutte le sue contraddizioni ed i suoi limiti, sta dirigendo un paese aggredito e in guerra da quasi un anno su molti fronti, due dei quali apertissimi e arroventati. E qui torna un’ambiguità, questa volta internazionale dei paesi occidentali, di fronte alle dichiarazioni filo-palestinesi dei vari mullah di Teheran, degli affini a Hezbollah e ad Hamas, dei “Sinwar vivo o morto”, di coloro che sono vicini alla barbarie dei terroristi. Al punto che anche i governanti occidentali oscillano pericolosamente fra le giustificazioni delle azioni dell’esercito israeliano interpretate come difensive e la condanna per le vittime fra le popolazioni coinvolte. Ferrara afferma: “Si fa un gran dire e disdire della fragilità delle democrazie” ed ancora “che ci si può permettere e che si fa bella figura a definire “terroristica” la tecnologia che colpisce i titolari, miliziani e terroristi, dei beeper e dei walkie-talkie.

Sia come sia. Fino a ieri ci si interrogava se Nasrallah, capo riconosciuto dal 1992 di Hezbollah, 64 anni, nascosto da sempre in qualche bunker nei territori del sud del Libano fosse sopravvissuto o no al devastante bombardamento che l’aviazione israeliana ha condotto in un quartiere nella zona sud di Beirut proprio per annientarlo, dopo averlo inseguito per anni. Ora c’è la conferma della sua morte. É una notizia clamorosa e potrebbe rappresentare il bersaglio finale di questa escalation militare che gli israeliani hanno condotto prima con la deflagrazione dei cerca-persone, poi con i bombardamenti degli ultimi giorni e infine con lo strike del 27 settembre. Questa azione riuscirà a compattare sciiti e sunniti contro lo Stato ebraico?

Nel frattempo Bibi è andato all’ONU e quando parla si è svuotata la sala. Ha ricordato che il 7 ottobre gli sciagurati terroristi di Hamas non solo hanno commesso una carneficina ma così hanno interrotto la possibilità di perseguire la pace degli accordi di Abramo con altri paesi arabi. Netanyahu ha chiesto poi all’assemblea se si volesse un Medioriente nel quale poter fare la pace con i paesi arabi o un Medioriente nel quale l’ombra dell’Iran e degli ayatollah possa portare avanti i piani per la distruzione di Israele. Ha espresso molto chiaramente la sua dottrina: fare la guerra per arrivare alla pace.

Cari amici vicini e lontani, come potete constatare ambiguità, scarsa volontà, incerta visione politica, scarsa capacità di interpretare le azioni sul terreno non portano da nessuna parte. È il problema della guerra e della pace che non si costruisce aspettando lo svolgersi degli avvenimenti. E le stelle stanno a guardare.

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